mercoledì 26 dicembre 2012

Panettone ripieno con glassa di cioccolato

Superata la fanciullezza e caduto il mito di Babbo Natale, le feste natalizie cominciano a perdere il loro fascino e diventano vieppiù una discreta rottura di scatole. Calano le uscite in montagna, o almeno quelle meritevoli di un paio di righe qui dentro, chiudono le palestre, il clima è inclemente, e ci si deve dedicare ad attività che diano altri tipi di soddisfazioni. Tra queste - tralasciando ovvie battute - prende corpo la cucina, naturalmente di piatti "natalizi"; è così che ieri, dopo il canonico pranzo, ho iniziato a preparare un dolce per il "secondo round" del giorno di S. Stefano. Niente variazioni particolari, niente aggiunta di ingredienti bizzarri: il nipotino che avrebbe funto da giudice insindacabile non sarebbe stato d'accordo, e non avrebbe mascherato l'eventuale disappunto dietro la cortesia dei "grandi". Ho quindi tentato un esperimento farcendo un panettone con della crema e coprendolo poi con abbondante cioccolato. Credo di poter dire che l'esame sia stato superato!
L'unica cosa che non mi convince è l'aspetto solitario del panettone; ci vorrebbe una qualche decorazione, ma non mi è venuto in mente nulla di fattibile in "tempo reale". Suggerimenti al riguardo sono assai benvenuti...

Ingredienti

  • un panettone, meglio se basso, di circa 1Kg
  • cioccolato fondente: 250-300 g; se usate un panettone alto direi 400 g
  • latte: mezzo litro
  • zucchero: 125 g
  • pistacchi: 100 g, meglio se già pelati. Se sono da sgusciare, considerate un fattore due sul peso
  • farina: 40 g
  • uova: 4
  • aroma di vaniglia (di solito venduto in fialette monodose)

Preparazione

  • Scaldate il latte in un pentolino - non portate a bollore
  • Mescolate i 4 tuorli con la farina e lo zucchero (Fig.1), poi aggiungete il latte e l'aroma di vaniglia (Fig.2)
  • Fate bollire la crema a fuoco basso per una decina di minuti, sempre mescolandola, in modo da farla restringere. Lasciate raffreddare
  • Mentre la crema si fredda, sgusciate i pistacchi se necessario e passateli nel frullatore. Aggiungeteli alla crema
  • Svuotate il panettone: rovesciatelo e appoggiatelo in una ciotola di dimensioni opportune e fate un taglio circolare profondo, poi colle manine togliete la mollica dall'interno, lasciando il "guscio" (Fig.3).
  • Riempite il panettone, alternando uno strato di crema e una "fetta" di mollica. Non preoccupatevi se quando avrete finito, l'ultimo strato risulterà un po' più in basso del panettone originale; quella parte non si vede!
  • Mettete il panettone in frigo, sempre girato verso il basso. Io ce l'ho lasciato tutta una notte, ma dovrebbero bastare 5 o 6 ore. Indi toglietelo e giratelo su un piatto
  • Preparate la glassa. Se siete bravi, temperate il cioccolato; se siete apprendisti stregoni come me limitatevi a farlo fondere in un pentolino a bagnomaria, facendo attenzione a non aumentare troppo la temperatura (spezzate il cioccolato prima di metterlo nel pentolino per facilitarne la fusione)
  • Togliete il pentolino del cioccolato dal bagno e iniziate a coprire il panettone, aiutandovi con una spatola (Fig.4); se invece del panettone vi accorgete che state glassando il piatto che lo sorregge, potete sempre riutilizzare il cioccolato, rimettendolo nel pentolino. Non è una prassi ortodossa, ma funziona
  • Conservate il panettone in frigo e toglietelo un po' prima di servirlo per dar modo al cioccolato di ammorbidirsi un po', facilitando così il taglio.

martedì 25 dicembre 2012

Il riso rosso

di Leonid Andreev
L'obliquo, Brescia, 1994
Un vento caldo mi soffiò sulla guancia destra, barcollai furiosamente e fu tutto, ma davanti ai miei occhi, al posto del pallido viso, c'era qualcosa di piccolo, arrotondato, rosso, e da lì scorreva del sangue, come da una bottiglia stappata, come è disegnato sulle banali insegne. E in questo punto minuscolo, rosso, zampillante persisteva ancora un sorriso, una timida risata - il riso rosso.
Si dice che il motto delle ciliegie sia: "una tira l'altra". Io lo proporrei invece per i libri: non c'è niente di meglio di un libro per trovare suggerimenti per infinite altre letture. Avevo letto del riso rosso (e di molti altri) nel bel saggio di Gibelli L'officina della guerra, dove si discuteva - tra l'altro - del fenomeno delle pazzie di guerra durante la prima guerra mondiale. Il racconto di Andreev ne è, da un certo punto di vista, una descrizione ante litteram, nel contesto della guerra russo-giapponese del 1904-05. La perizia di Andreev ha dell'incredibile: pur non essendo mai stato in guerra né essendosi mai avvicinato al fronte, riesce a descriverne gli orrori con un realismo che avvince, che genera talvolta un vero e proprio (e sacrosanto!) disgusto, amplificato dalla ripetizione e dall'ossessività, diventando un pamphlet antimilitarista, dalla follia di guerra alla follia della guerra.
La prima metà del libro racconta, attraverso frammenti del diario di un ufficiale, la pazzia che pervade gli uomini che vivono perennemente sotto la minaccia della fine, l'orrore, la morte, il sangue. Ma che la guerra, pur giocando un ruolo dominante, sia la metafora di una disgregazione più grande che investe tutta l'umanità (si pensi al periodo di irrequietezza che sfocerà nella rivoluzione fallita del 1905) si capisce nella seconda metà del libro, ambientata nella città lontana dalla zona di guerra, dove la follia si fa largo attraverso l'incapacità o l'impossibilità di comprendere quel che sta accadendo, in un crescendo drammatico fino all'allucinante visione finale.
Questo riso rosso, con le sue evidenti influenze della nascente psicanalisi e l'atmosfera fin de siècle, mi pare un'introduzione interessante alle opere di Andreev, ingiustamente sconosciuto in Italia insieme a buona parte degli scrittori russi della sua generazione.

giovedì 20 dicembre 2012

Ermanno Olmi - Il sentimento della realtà

di Daniela Padoan
Editrice San Raffaele, Milano, 2008

La realtà ci parla solo se siamo capaci di ascoltarla, di osservarla in silenzio, e allora ci dice qualcosa che non è traducibile in termini scientifici, logici o fenomenologici. Chi è in grado di raccontare il silenzio di due innamorati? È impossibile. Eppure il cinema ci dà questa possibilità: raccontare il silenzio.
Ricordo, molti anni fa, la visione de L'albero degli zoccoli, le cascine così simili a quelle che capitava ogni tanto di vedere nel paesello d'infanzia di mia madre, le analogie con i suoi racconti, il dialetto un po' oscuro a me "bergamasco di città". Ricordo come quel mondo si allontanava di anno in anno; i lavori, il paesaggio, tutto cambiava rapidamente ed il film diventava quasi testimonianza, documentario. Di Olmi ho poi visto quasi tutti i film, rintracciando qua e là questa vena, ma senza mai ascoltare direttamente la sua voce - fatta salva qualche breve apparizione televisiva. La curiosità è stata infine soddisfatta grazie a questo libro-intervista e a Matteo che me l'ha regalato.
Il libro è una felice scorribanda attraverso la visione del mondo di Olmi e la sua rappresentazione mediante la macchina da presa. Impossibile definire un vero e proprio percorso, perché la natura colloquiale del libro porta a ritornare sugli stessi argomenti in istanti diversi, illuminandoli da punti differenti. Certo, ci sono le tematiche care ad Olmi - prima di tutto il rapporto con il sacro - e ci sono le opere, ma la lettura che lo stesso regista dà alle sue opere è spesso imprevedibile e sorprendente, come sorprendenti sono gli "smarcamenti" di Olmi dalle posizioni e dai "dogmi", siano essi di natura religiosa o laica, commerciale.
Il punto di partenza del lavoro di Olmi è senza dubbio la fede, ma calata negli uomini, come è per don Gallo, per capirci (spero che i due non se la prendano per questo accostamento), una fede che deve trovare le proprie risposte da sola senza vederle calare dal cielo o leggerle nei libri (pensate a Centochiodi), e questo rende assai interessanti queste pagine anche per me, non proprio attirato dalla tematica religiosa. Ma non pensate di leggere una predica; Daniela Padoan è assai brava ad orientare la conversazione sulle opere di Olmi, dove l'amore per l'uomo supera di gran lunga quello per Dio e la dimensione del sacro si estende alla realtà, a spiegare la sua passione per i documentari. Numerosi gli aneddoti, dai rapporti con Fellini (che si innamorò - come dargli torto - de Il tempo si è fermato) e Rossellini al boicottaggio dell'Oscar a L'albero degli zoccoli, numerosi i "chiarimenti" sui film e la loro collocazione nel percorso culturale di uno dei pochi veri intellettuali di questo Paese.
Se poi vi venisse voglia di scaricare da internet qualche film di Olmi, consolatevi: il Maestro dice: "Cosa vuoi che me ne importi se uno scarica? Quello che mi interessa è che se uno scarica un mio film, probabilmente lo fa perché gli piace, e questa è una bella soddisfazione"!!

domenica 2 dicembre 2012

Ristorante Monferrato

Via Monferrato, 6
Torino

Le Commissioni di concorso sono una sonora rottura di scatole: la (giustificata) paura di arbitrii e l'amore (un po' meno giustificato) per i barocchismi formali hanno fatto sì che ora si passi gran parte del tempo a fare dell'aritmetica sul numero delle pubblicazioni e su indici vari ed eventuali di "produttività"; operazioni che hanno il merito di tentare di introdurre criteri più oggettivi di valutazione, ma che sono discretamente noiose. Ci sono poi i lati positivi, per cui io partecipo sempre piuttosto volentieri a dette commissioni: innanzitutto sono occasioni ideali per conoscere colleghi di altre sedi, e poi si vedono città, si conoscono luoghi. Così qualche giorno fa ero a Torino e la sera mi sono lasciato condurre al Ristorante Monferrato per un convincente excursus nella cucina piemontese. Locale raffinato ma non troppo, servizio discreto e menu decisamente orientato verso i sapori locali, che cambia a seconda delle stagioni. Siamo seduti nell'angolo, vicino ad un'invitante colonna di bottiglie di grappa...
Dopo un rapido assaggio di salumi (ottimo il lardo), gli antipasti prendono la forma di un tortino ai funghi e un flan di spinaci; interessanti ma non memorabili. La situazione migliora assai con il primo piatto, degli gnocchi di sairass alla fonduta (e un po' di tartufo, ça va sans dire). Tanto per capirci posso dire che il sairass è un tipo di formaggio simile alla ricotta, e che io in genere non vado matto per i formaggi: ciononostante ho divorato il piatto con mirevole dedizione! Siamo così al secondo, che non può che essere di carne fassona. Devo rinunciare alla costata - piatto per due - deplorando di non trovare "sponda" nei compagni di gozzoviglie e ripiego su un controfiletto al pepe. La carne è ottima, nulla da dire, ma la salsa di accompagnamento copre un po' troppo il sapore. Siamo così al dolce, che ci viene presentato da una graziosa cameriera su un pantagruelico carrello dal quale è difficile scegliere. Per restare in tradizione prendo un bunet, una specie di budino al cioccolato... e a questo punto temo di non farcela davvero più da tanto ho mangiato!
Nota finale sui vini: veramente ottima la carta, con particolare e meritata attenzione ai vini piemontesi. Alla fine seguiamo il suggerimento di Ivo di assaggiare un Ruché di Castagnole Monferrato 'Na vota delle Cantine Sant'Agata, vino che non conoscevo. Piuttosto interessante e da tener presente, ma forse si sarebbe potuto osare qualcosa di più...
Unico difetto di questa trasferta torinese è di non aver potuto fermarmi uno o due giorni a visitare la città; quel poco che ho visto è decisamente stimolante.

martedì 27 novembre 2012

Diedro Colnaghi e Calcaria termina

Giancarlo alla prima sosta del diedro Colnaghi
Giancarlo sul 2° tiro del diedro Colnaghi
Giancarlo sul 1° tiro di Calcaria termina
Tracciati del diedro Colnaghi (sinistra) e di Calcaria termina (destra)
Medale
Parete S


Novembre infausto, questo 2012: tra il tempo che volge spesso e volentieri al brutto e qualche "cedimento" agli amici che prediligono le uscite in falesia si è combinato poco o nulla. Sono stato quindi ben felice sabato di imboccare il sentiero del Medale diretto al diedro Colnaghi, una delle poche vie non stravolte dalla posa di fix come è ormai successo alla maggioranza di loro. Via assai breve (2 tiri) che regala una bella arrampicata, con solo uno o due passaggi un po' levigati dalle ripetizioni; peccato per la vegetazione che disturba la progressione, obbligando a piccole deviazioni per non finire infilzati dai rovi. A destra del diedro ci sono un paio di vie di 2-3 tiri che si possono abbinare, tanto per tirare l'ora di pranzo: noi siamo saliti su Calcaria termina, via storica di Ivan Guerini, proseguendo sull'ultimo tiro (duro!) di Bolli rossi.
Accesso: da Lecco verso Ballabio sulla vecchia strada; superato il borgo di Laorca, in corrispondenza di una curva a sinistra prima di un rettilineo con evidente tornante si prende a sinistra la via Paolo VI che conduce ad uno spiazzo davanti al cimitero dove si parcheggia. Da qui prendere la via di destra che conduce al bel cimitero di Laorca, si abbassa brevemente e prosegue in piano e poi in salita fino a giungere all'ex-rifugio Medale (indicazioni varie per il Medale e la via ferrata). Il sentiero prosegue e sbuca su una strada asfaltata che si segue in salita verso destra; al termine della salita si lascia la strada e si prende un sentiero sulla sinistra (indicazioni). Si supera un bivio con il sentiero di discesa dal Medale e si prende subito dopo la prima o la seconda traccia che sale alla parete verso destra. Si arriva così direttamente agli attacchi delle vie Calcaria termina o (pochi metri a sinistra) Have a nice day (scritte blu alla base). Il diedro Colnaghi parte appena a sinistra di quest'ultima.
Relazione diedro Colnaghi: la via è tutta nel secondo tiro, che sale l'evidente diedro girandogli un po' intorno per evitare la vegetazione; il primo tiro è fastidiosamente erboso. Gradi non elevati (un passo di VI-), ma chiodatura certo non abbondante. Utili friend medio-piccoli. Tutte le soste sono su due fittoni collegati con catena e anello di calata.
1° tiro: salire le rocce erbose a sinistra dei fittoni di Have a nice day fino ad un primo chiodo (allungate bene il rinvio se lo usate), dove il largo canale si chiude e a sinistra si vedono i fittoni di Fatebenefratelli. Da qui si sale a destra in corrispondenza di una radice (che io ho usato per rinviare al posto del chiodo), si esce su una specie di terrazzino e si sale ancora per rocce rotte alla sosta sotto il diedro; 45m, III, IV, V-, III, 1 chiodo, 1 cordino totalmente inaffidabile in clessidra, possibile utilizzare uno o due fittoni di Have a nice day.
2° tiro: salire a sinistra su un pulpito, seguire una fessura che porta nel diedro (due chiodi) e uscire a sinistra a prendere delle facili lame quando questo è ostacolato da vegetazione. Dopo pochi metri (chiodo) è possibile rientrare nel diedro in corrispondenza di una cengia; io ho invece proseguito seguendo una bellissima lama ad arco che riporta nel diedro più in alto. Da qui si passa sulla parete di destra (il diedro è ora infestato di rovi) ancora su lame (attenzione ad una di esse; è assai ballerina!) e si sale fino al cospetto della sosta sulla destra (passate sotto la pianta). Se sentite il bisogno di maggior protezione, è possibile evitare le ultime lame spostandosi ancora un poco a destra a prendere un fittone di Have a nice day proseguendo su quella via; VI-, V, 30m, 3 chiodi, 1 spit.
Discesa: bastano due calate in corda doppia lungo la via.
Pochi metri a destra del diedro (faccia a monte) si vede la scritta blu Calcaria T., che marca l'inizio della via. Anche qui le soste sono su due fittoni con catena ed anello di calata.
Relazione Calcaria termina: la via sale il pulpito per spostarsi poi a destra e superare un tettino finale. Arrampicata piacevole con buone protezioni; inutili friend. Direzione sempre ovvia indicata dai fittoni.
1° tiro: salire la parete spostandosi a sinistra più in alto ed uscire per rocce più facili sulla cima del pulpito; 4b, 25m, 4 fittoni.
2° tiro: salire la placca sopra la sosta e spostarsi poi a destra, salire un tratto un poco erboso fino ad un tetto che si supera sul lato sinistro per poi arrivare in sosta per placche; 5c, 40m, 7 fittoni, 1 spit.
3° tiro (di Bolli rossi): volendo proseguire si può aggiungere l'ultimo tiro della via Bolli rossi, che supera la placca ed il tetto sopra la sosta per poi proseguire per placche e rocce rotte più facili fino alla stessa sosta finale del diedro Colnaghi; 6b+, 30m, 4 fittoni. Il passaggio-chiave è tutt'altro che banale; eventualmente portatevi un cordino.

giovedì 22 novembre 2012

I fratelli Calvi

Guerrieri alpini: i fratelli Calvi
di Alfredo Patroni, Agnelli, Milano, 1940


La conquista dell'Adamello - il diario del capitano Nino Calvi
di Marco Cimmino (cur.), LEG, Gorizia, 2009


A distanza ormai di un secolo, i luoghi della Grande Guerra si sono ingentiliti, quando non sono stati risucchiati da angoscianti periferie: il Giro della Grande Guerra si percorre con gli sci, tra una sciovia ed un bombardino (che non è arma di offesa, a parte forse per il fegato), il sacrario del Tonale è pacificamente assediato di auto parcheggiate e funge da area pic-nic e così via. Ma le tracce permangono; e proprio le mie prime uscite sciistiche al passo del Tonale mi avevano fatto notare i rotoli di filo spinato, i resti dei camminamenti e delle trincee, mi avevano fatto scoprire il Castellaccio, i cui baraccamenti avevo osservato in una vecchia foto di famiglia, fino allora per me enigmatica.
Leggendo della guerra bianca in Adamello non potevo non giungere ai fratelli Calvi. Forse qualcuno tra i miei concittadini, sollevando casualmente lo sguardo dal telefonino durante una vasca nel centro della Città Bassa, avrà notato il monumento a loro dedicato (un pilone portabandiera non particolarmente bello; vedi foto), ma credo che pochissimi ne sappiano qualcosa. Eppure i Calvi sono stati degli eroi, qualcosa di cui è difficile parlare oggi senza scivolare nella retorica dei valori. Quattro fratelli nati a Piazza Brembana, un paese della valle omonima, tutti arruolati negli Alpini; l'Adamello e l'Ortigara i teatri delle loro imprese. Due moriranno in guerra, uno nel 1919 nell'epidemia di febbre spagnola. Resta Nino, il maggiore dei quattro, il personaggio più affascinante, una vita quasi da film hollywoodiano.
Nino Calvi è il prototipo dell'eroe: nato nel 1887, capitano degli Alpini al Rif. Garibaldi in Adamello, organizza e conduce la campagna dell'aprile-maggio 1916 che porterà alla conquista dei ghiacciai del Mandrone e della Lobbia e delle linee di cresta Lobbia - Cresta croce - Dosson di Genova e Crozzon di Fargorida - Crozzon di Lares. Un'impresa che ha dell'incredibile per le quote a cui è condotta (tutte sopra i 3000 m) e per lo "stile": Calvi, in antitesi con la cultura militare italiana dell'epoca, capisce che in alta montagna non servono assalti in massa, ma piccoli gruppi di scialpinisti-soldati che possano cogliere il nemico di sorpresa attaccandolo su più fronti, e i fatti gli danno ragione: la conquista delle Lobbie e di Cresta Croce da parte dei diavoli bergamaschi scatenati sull’Adamello, nella tempesta e nella bufera glaciale (Gadda) costa pochissimi morti (9), ed è anche merito del fratello Attilio che comanda una delle colonne di attacco. Quando il pluridecorato Giordana vorrà tentare l'attacco frontale al passo di Fargorida il 30 maggio, in pieno giorno, nella neve molle che ostacola i movimenti, ne risulterà un massacro e saranno ancora manovre di piccoli gruppi che daranno la vittoria finale agli italiani.
Insofferente della burocrazia e delle formalità, senza mezze parole anche con i superiori quando si tratta di difendere i "suoi" soldati, Nino Calvi non riceverà mai alcuna promozione - nonostante le promesse - per le innumerevoli imprese vittoriose (altro es., il Corno di Cavento). Vedrà cadere il fratello Attilio a poca distanza da sé durante l'assalto al Passo di Fargorida (da leggere qui a pag. 41 la morte di Attilio Calvi nel Castello di Udine di Gadda), sentirà della morte di Santino sull'Ortigara, nell'unica conquista italiana del 10 giugno 1917 nell'assurda Operazione K e perderà Giannino nel 1919, dopo che i due hanno combattuto insieme sul Grappa.
Dopo la guerra, Nino Calvi, solo e deluso, si dedica all'amore che gli è rimasto: la montagna (coltivato invero anche durante la guerra, con numerose prime ascensioni). Nel settembre 1920 torna in Adamello e sale in solitaria la parete nord: non ritornerà. Il corpo sarà ritrovato alla base tre giorni dopo, forse travolto da una valanga. Non è forse un finale filmico? In quale altra montagna Nino avrebbe potuto trovare requie?

Patroni ricostruisce le gesta dei fratelli Calvi, suoi compagni di lotta in Adamello, senza indugiare in analisi critiche e collo stile retorico dell'epoca (molta sovrapposizione col libro di Cavaciocchi nella descrizione della battaglia, ma è forse inevitabile); libro nondimeno interessante per i numerosi episodi riportati e per gli estratti dell'agenda di Attilio Calvi, difficilmente reperibile. Bellissimo invece il diario di Nino, scritto con bella calligrafia d'epoca e corredato di diverse fotografie, cartine e schizzi, riproposto per la prima volta in copia anastatica nel libro di Cimmino, che antepone alcuni capitoli introduttivi e ben evidenzia quale doveva essere lo stato d'animo, l'amarezza di questo "capitano in congedo" (per citare ancora Gadda) mentre lo scriveva a guerra finita.

Ora i quattro fratelli riposano nel loro paese natale, ricordati solo da qualche appassionato di vicende di un secolo fa.

domenica 11 novembre 2012

Lagrein e Aglianico

Eccomi qui ancora una volta a "piangere" due bottiglie che hanno gloriosamente lasciato la cantina adempiendo al loro dovere senza esitazioni, da nord a sud. Cominciamo dall'Alto Adige, regione fantastica e mai troppo frequentata, sia per le salite dolomitiche che per i piaceri della gola. Parlando di questi ultimi, e limitandoci ai vini, l'Alto Adige è ovviamente sinonimo di bianchi... ma non solo! Dove andare a prendere i migliori Pinot nero d'Italia se non lì? E che dire del Lagrein, il più famoso dei vitigni autoctoni della regione? Proprio il Lagrein DOC 2004 dell'Abbazia di Novacella ha accompagnato l'ennesimo week-end piovoso di questo mese di novembre. Di colore scuro come ogni buon Lagrein che si rispetti, questo 2004, una volta che lo si lascia respirare, non delude: i frutti neri si assaporano in tutta la loro piacevolezza, seguiti all'assaggio da note di liquirizia. Buono il corpo del vino, con i 6 mesetti in botte di rovere che non si fanno troppo sentire. L'Abbazia ha anche una linea "riserva", il Praepositus, che non ho assaggiato ma che guarderei con tendenziale diffidenza (18 mesi in rovere). Certo, se i vispi fraticelli agostiniani mi vorranno mandare qualche bottiglia per l'assaggio, non disdegnerò certo!
Dalle montagne dell'Alto Adige a quelle della Basilicata: se queste ultime mi sono alpinisticamente sconosciute, posso quantomeno annoverare i vini del Vulture - in particolare l'aglianico - tra i miei preferiti! Avevo assaggiato i vini della Paternoster una decina di anni fa e ricordo che - anche qui - non rimasi particolarmente colpito dal vino di fascia alta, Don Anselmo, mentre la linea "base" risultò molto più convincente, tanto che ne divenni "fedele consumatore". Ho poi conosciuto altri lodevoli produttori, D'Angelo e Martino (con un aglianico praticamente regalato), ma questa bottiglia di Aglianico del Vulture DOC Synthesi 2002 conferma - se mai ne avessi bisogno - che farò bene a non lasciar esaurire le scorte in cantina: all'assaggio si sentono subito i frutti rossi, incalzati da un netto ed inconfondibile gusto di cioccolato. Buona la persistenza e la struttura del vino; a 10 anni dalla vendemmia, l'aglianico si conferma un ottimo vino da bere "alla distanza". A voi l'assaggio, il giudizio e l'eventuale confronto.

mercoledì 7 novembre 2012

Spigolo del IV sole

Sul 1° tiro

Paolo sul 2° tiro

Sul 2° tiro

La bellissima fessura del 5° tiro

Paolo sul 7° tiro

Tracciato: parte bassa

Tracciato: parte alta

Pala del Boral - Monte Cimo
Parete E


Ricordo quando, agli inizi delle mie arrampicate, guardavo le pareti del Monte Cimo passandogli vicino sull'autostrada, e venivo candidamente informato delle difficoltà delle linee che vi salivano, numeri per me allora - e adesso - sideralmente remoti, al di là del bene e del male. Col tempo qualche linea è stata "aggredita", quelle più facili come Nato sotto un cavolo, Instabilità emotive o la bellissima Il ladro di Baghdad, ma la maggior parte ritiene testardamente un livello di difficoltà troppo elevato per un pippone come me! Un vero peccato, perché novembre è la "stagione del Brentino": vie non troppo lunghe, ben protette e su roccia buona, a bassa quota e con avvicinamento abbastanza breve. Capita così che quando vengo a sapere che in programma è lo Spigolo del IV sole mi ritrovi tra il felice ed il preoccupato, e parta con ampia dotazione di cordini d'abbandono, friend e altri aggeggi per "facilitare" la progressione. Risultato: un vergognoso "ciapa e tira" sui tre tratti di 6b e un tiro, il quinto, ben più tranquillo di quanto non sia descritto in altre relazioni. Il punto più critico secondo me è all'inizio del settimo tiro, dove c'è un bel passo obbligato per raggiungere uno spit; ci vorrebbe un cordino penzolante per i conigli come me, e sarebbe assai più utile di quello che si nota sul primo tiro! Nel complesso una bella linea, ma che mi ha fatto propendere per un reciso spostamento dei miei interessi da quelli alpinistici a quelli enogastronomici.
Accesso: se venite da ovest, uscire dalla A4 a Peschiera del Garda e prendere la superstrada per Affi; in alternativa uscire lì dalla A22 e seguire le indicazioni per Brentino Belluno (alla rotonda del casello prendere l'uscita dopo quella che adduce in autostrada e alla rotonda successiva andare a sinistra (SP11); più avanti, curva a destra (indicazioni). La strada scende, supera una Tagliata residuo di guerra, costeggia l'A22 e l'Adige. Al bivio con indicazione per il paese si attraversa un canale e si parcheggia poco dopo, in uno spiazzo davanti al cimitero. Percorrere il vialetto di accesso e attraversare a sinistra un prato con vigneti. Al suo termine, salire il sentiero (bolli gialli e rossi) che si porta lentamente verso sinistra, supera un tratto friabile e uno scivoloso con corde fisse (qui si vedono targhette metalliche con indicazione "S5" seguite da "SE" o "SBC"; sono i settori della parete) e sale zigzagando fino ad un bivio con indicazioni. Da qui a destra fino a incrociare una zona rocciosa strapiombante (bolli gialli e rossi e indicazione d'attacco della via Superjolly); poco dopo si trova la partenza (scritta alla base e piastrina metallica con il n.12).
Relazione: la via supera i tetti sulla destra per poi portarsi a sinistra sullo spigolo vero e proprio. Percorso sempre logico con protezioni a spit abbastanza buone, ma piazzate in modo decisamente bizzarro, con i tiri più facili chiodati talvolta meglio di quelli più impegnativi. Il quinto tiro, descritto come quello chiave, è il più bello della via e si supera tranquillamente con l'ausilio di uno o due friend. Nel resto della via i friend sono inutili, quindi non fate come noi, che leggendo varie relazioni siamo saliti con tanto di quel materiale da far invidia al Maestri della Via del compressore.
1° tiro: dritti ad un tettino infido, poi per placche si esce a sinistra al terrazzino di sosta; 25m, 6b, 5a, 7 spit (1 con cordino), una clessidra con cordino; sosta su due spit.
2° tiro: a destra della sosta su placca inclinata, poi salire un muretto (più facile un poco a destra degli spit) e attraversare a sinistra su bellissima placca a buchi; 25m, 6a, 9 spit, 1 sosta intermedia, 1 chiodo. Sosta su due spit, un fix e un chiodo.
3° tiro: a sinistra della sosta, dritti ad uno strapiombo, poi più facile sino alla cengia; 25m, 6b, 7 spit. Sosta su pianta con cordoni.
4° tiro: lungo la traccia a sinistra fino a doppiare lo spigolo e raggiungere la sosta vicino ad una pianta; 40m, II, passo di 4a, 2 spit, 1 cordino su pianta.
5° tiro: il più bello della via! A destra della sosta per placche fino ad uno strapiombino e alla fessura che porta in cima al pilastro del missile; 35m, 6a, 6a+, 11 spit. Sosta su due spit e cordone.
6° tiro: sul muretto in verticale fino alla sosta; 15m, 6a, 9 spit. Sosta su due spit e cordone.
7° tiro: superare lo strapiombo sopra la sosta e proseguire sul filo dello spigolo fino alla sosta sulla destra; 35m, 6b, 6a, 12 spit. Sosta su due spit e cordone.
8° tiro: proseguire lungo lo spigolo fino alla sosta; 35m, 4c, 5b, 9 spit. Sosta su due spit e cordone.
Discesa: a sinistra della sosta dell'ottavo tiro si trova una sosta attrezzata per la calata in corda doppia. Da qui si torna alla base con 4 calate lungo la via Superjolly. le prime due coprono ognuna due tiri della via (circa 40 e 50m); la terza deposita sulla cengia e con l'ultima si torna alla base.

domenica 4 novembre 2012

Torta morbida al caffè e cioccolato

Ieri, ospite per l'ennesima volta da Amedeo, ho assaggiato un'ottima torta alle mele ed amaretti (durante il pranzo è anche misteriosamente sparita una bottiglia di Aglianico, ma su questa scriverò un'altra volta). Aggiungo che il giorno prima Matteo aveva risvegliato la sopita passione culinaria ricordandomi una torta con ricotta e cioccolato che regala sempre soddisfazioni, che oggi piove e c'è ben poco da combinare e capirete perché stamattina ho iniziato a scartabellare tra le ricette dei dolci, a partire da quelle della mia rivista e sito di cucina preferiti: La cucina italiana (faccio pure pubblicità gratis...). L'idea era di fare una torta con caffè e cioccolato, ma l'unica che vi ho trovato sembrava un po' troppo elaborata per un "rientro" dopo mesi di inattività; ho fatto quindi passare un po' di siti, ho pigliato una ricetta facile facile qui e l'ho seguita fedelmente... o quasi, visto che piccole variazioni fanno bene al cuore... e allo stomaco. È quasi una torta tenerina che utilizzava in origine del liquore al caffè. Io ho pensato che caffè e cioccolato si sposassero egregiamente con del rum, e così ho fatto. L'unico "inconveniente" del rum che non mi aspettavo è di aver addensato non poco la glassa, dando un effetto "rustico" alla torta. Niente di grave, il gusto non ne ha risentito ed il motivo più probabile è che abbia fatto qualche minchiata o aspettato troppo o troppo poco; in caso contrario... esperti di fisica culinaria, fatevi vivi!

Ingredienti:
  • uova: 6
  • cioccolato fondente: 300g. Io, amante dei fondenti extra, ho usato un 75%, resistendo alla tentazione di usare il cioccolato al peperoncino (se qualche incauto lettore lo prova, mi faccia sapere)
  • caffè: 10cl, ovvero 100g. Suggerisco di aumentare un poco la dose...
  • burro: 100g
  • zucchero: 75g
  • fecola: 40-45g
  • cacao e zucchero a velo per spolverare
  • liquore: qualche cl. Io ho usato un rum extra viejo, che ha vinto sul filo di lana contro un liquore alla liquirizia per paura di mischiare troppi sapori...

Preparazione:
  • Fate fondere a bagnomaria 150g di cioccolato con il caffè. Fate come per il "cucchiaio della teiera" per il te e aggiungete un pezzetto di cioccolato extra, che tanto resterà sulle pareti...
  • Aggiungete il burro ammorbidito, meglio se a pezzetti. Mescolate il tutto
  • Rompete le uova e mettete da parte gli albumi. Sbattete i tuorli in una terrina insieme allo zucchero, aggiungete il cioccolato fuso e la fecola. Mescolate bene
  • Accendete il forno e regolatelo sui 150°C
  • Montate a neve gli albumi con un pizzico di sale e aggiungeteli al tutto. Quello che ottengo sempre io è più simile alla neve che resta dopo una giornata di sereno che non alla "neve fresca", ma pazienza
  • Imburrate fondo e bordi della tortiera e versate l'impasto
  • Mettete in forno per 40' e togliete
  • Mentre la torta intiepidisce, mettete a bagnomaria il resto del cioccolato. Una volta fuso, aggiungete il liquore, mescolate, e ricoprite la torta colla glassa. Se la glassa rimane liquida, mettete subito in frigo per una decina di minuti; nel mio caso non è stato assolutamente necessario!
  • Spolverate con cacao e zucchero a velo
Vista la concentrazione di cacao, sia nel cioccolato che ho usato che nel velo, la glassa resterà un poco amarognola, che per me va benissimo. Se preferite qualcosa di più dolce cambiate tipo di cioccolato, evitare di spolverare o aggiungete un poco di zucchero. Grazie agli autori originali della ricetta.

giovedì 1 novembre 2012

Osteria Burligo

Via Burligo, 12
Palazzago (BG)


L'osteria Burligo è - come si suol dire - una "garanzia"; uno di quei locali dove è bello tornare di quando in quando con amici, magari non "della zona", per tenersi lontano dalla città e assaggiare qualche buon piatto senza troppi fronzoli. La cucina è rigorosamente del territorio; non v'è da aspettarsi piatti elaborati o particolarmente ricercati, bensì qualcosa di molto ben cucinato e con ottime materie prime dei dintorni, e non è poco! Anche la selezione dei vini è esemplare: pur attenta alla realtà locale, vi trovano anche posto aree assai più interessanti, ad esempio l'ottimo Piemonte. Per questi motivi vale certamente la pena di imboccare la strada che sale le pendici dell'Albenza verso Palazzago per raggiungere la frazione di Burligo e l'omonima osteria. L'aspetto è assai informale, quasi casalingo: tavoli con tovaglie bianche e sedie in legno, arredamento praticamente inesistente, menù presentato su foglio di carta, la figlioletta che giocava nella stanza accanto a quella dove eravamo noi e gli altri avventori; ma questo poco conta.
Veniamo al sodo: io ho iniziato con un ottimo lonzino per antipasto, senza disdegnare un assaggio ai peperoni con salsa di tonno. Come primo piatto ho scelto una crema di zucca con riso nero a cui ho aggiunto una discreta quantità di pepe; piatto molto buono anche se forse un po' troppo dolce. Molto interessante anche l'orzotto ai funghi. Sui secondi ha spopolato la guancia di vitello, mentre io ho optato per uno stracotto di asino ("del macellaio di Palazzago", come ci ha detto il sempre simpatico ad affabile titolare) accompagnato da un nido di polenta. Per finire, il dessert: mi sono lasciato tentare da una torta di farina di castagne, insolita e buona; un assaggio alla buonissima torta di cioccolato e nocciole mi ha fatto però dubitare della mia scelta.
Due bottiglie di Barbaresco hanno accompagnato magnificamente la cena. Per iniziare scelgo un classico: quello della Cantina produttori 2006. Sulla seconda bottiglia mi affido al titolare che mi consiglia la Cantina del pino, sempre 2006 e con cui nasce una simpatica chiacchierata sul confronto tra i due. La mia preferenza va al primo, mentre il secondo "paga" il pur breve passaggio in rovere, anche se bilanciato da una polpa più carica. Anche stavolta l'Osteria Burligo non ha deluso le mie aspettative!

domenica 28 ottobre 2012

Fontamara

di Ignazio Silone
Newton Compton, Roma, 2009


troppo deboli e vili per ribellarsi ai ricchi e alle autorità, essi preferivano di servirli per ottenere il permesso di rubare e opprimere gli altri poveri, i cafoni, i fittavoli, i piccoli proprietari. Incontrandoli per strada e di giorno, essi erano umili e ossequiosi, di notte e in gruppo cattivi, malvagi, traditori. Sempre essi erano stati al servizio di chi comanda e sempre lo saranno. Ma il loro raggruppamento in un esercito speciale, con una divisa speciale, e un armamento speciale, era una novità di pochi anni. Sono essi i cosiddetti fascisti.
Ci sono libri - e anche scrittori; molti, troppi - che vagano nella lista d'attesa delle letture per un tempo indefinito prima di posarsi sul comodino a fianco al letto, nella borsa del portatile o presso altri luoghi meno nobili deputati (anche) alla lettura. Raccolgo quindi un paio di sollecitazioni di amici e inizio il libro più famoso di Silone, pentendomi immediatamente di non averlo letto prima. Fontamara racconta l'impatto sulla vita dei cafoni di un paesino dell'Abruzzo dell'arrivo del regime fascista, dei sempre maggiori soprusi cui i fontamaresi vengono assoggettati con i "legali" raggiri dei notabili e dei "galantuomini", di come il paese - microcosmo assolutamente ignaro di quel che succede nel resto d'Italia e alieno dalla politica - si ritrovi ad essere considerato via via più "sovversivo" per la sua rivendicazione di diritti primari per la sussistenza (l'acqua per l'irrigazione), fino al tragico epilogo. Personaggio-chiave e punto di riferimento per il paese è Berardo Viola, un cafone senza terra con una lucidissima capacità di analisi della situazione, ma vinto da sempre e perseguitato dal destino. Il sacrificio di Berardo nel carcere fascista sarà la molla che farà acquistare ai fontamaresi la coscienza della necessità di un'azione comune, laddove in ogni episodio, fin dalle prime pagine, siamo informati che ognuno pensava ai fatti suoi e aspettava che si compromettessero gli altri. Il giornale dal titolo emblematico Che fare? (vi ricorda qualcosa?) che i fontamaresi stamperanno porterà alla repressione violentissima, a dire che la liberazione resta un miraggio, ma i sopravvissuti racconteranno la storia e la faranno conoscere. E infatti Fontamara fu tanto odiato dal regime fascista da avanzare richiesta alla Svizzera di estradizione di Silone che ivi era rifugiato... come cambiano i tempi; ora in Svizzera ci sono perlopiù i soldini degli evasori!
Silone sovrappone alla vicenda principale molte altre tematiche (la vita dei contadini, la questione meridionale, la religione,...) scrivendo un vero e proprio romanzo corale con uno stile godibilissimo, mai pesante ed infarcito di ironia anche nelle scene più crude (l'interrogatorio dopo lo stupro di massa del Capitolo V); un libro assolutamente da non perdere (magari in un'altra edizione, con un'introduzione migliore di quella, del tutto mediocre, che si legge nella NC).
Resta da capire quanto siano veritieri i recenti ritrovamenti di lettere secondo cui Silone sarebbe in realtà stato un informatore di polizia, in singolare antitesi con i suoi scritti e con lo spionaggio a cui era sottoposto all'estero. Sul tema consiglio la lettura de Il teorema Silone = spia.

martedì 23 ottobre 2012

Emmentalstrasse

Il bivacco Clusone e la Presolana innevata

Sul 1° tiro

Giancarlo sul 1° tiro

Sul 2° tiro

Giancarlo e Massimiliano alla seconda sosta

Sotto lo strapiombo del 3° tiro

Giancarlo e Massimiliano sul 3° tiro
Tracciato della via
Presolana centrale
Parete SE


La Presolana è probabilmente la mia montagna preferita (mi si permetta un po' di campanilismo), ma certamente non la più frequentata: l'avvicinamento non proprio breve e una certa severità delle vie contribuiscono a centellinare le mie salite, aumentandone però entusiasmo e soddisfazione. Capita così che quando Giancarlo acconsente a venire in Presolana, complice un'uscita del corso roccia della FALC, non mi faccio scappare l'occasione: il compagno di cordata infatti - come gli ricordo sempre - nutre un'inspiegabile diffidenza per le montagne ad est di Milano (escluse le Retiche, perché le si raggiunge dirigendosi verso nord!). La stagione ormai agli sgoccioli e l'orario di partenza non proprio "alpinistico" ci fanno puntare al Torrione Longo, anche perché lì ci aspetta Emmentalstrasse, ultima rimasta su quel torrione tra le vie accessibili al mio scarso livello. Le informazioni raccolte su Interdet riguardo a chiodi strappati e protezioni un po' precarie non contribuiscono a rasserenarmi, anche perché le uscite in Presolana non sono mai "tranquille", ma via; si va. Via breve di quattro tiri (a cui si può aggiungere un tiro di Spigolando per restare su gradi omogenei, ma molto più protetti) con un bellissimo quarto tiro, Emmentalstrasse procede essenzialmente per placche a buchi, senza trascurare qualche breve muretto o strapiombo. Peccato per la vegetazione, che disturba parecchio il secondo tiro e qualche passaggio del primo. Nel complesso una bella via piuttosto impegnativa.
Accesso: appena prima del passo della Presolana parcheggiare a destra nei pressi dell'Hotel Spampatti e seguire la strada di fronte, seguendo subito il sentiero a destra (indicazioni per baita Cassinelli), che sale nel bosco e si congiunge con quello che si prende parcheggiando qualche centinaio di metri più avanti sulla sinistra. Superare la malga Cassinelli e risalire il ghiaione (segnavia 315 per il bivacco Città di Clusone e Grotta dei Pagani). All'altezza del Torrione Longo prendere una delle tante tracce che risalgono il pendio erboso o ghiaioso sulla destra e costeggiano la parete del torrione dirigendosi verso la Presolana Orientale. Superare l'attacco di Echi verticali (scritta) e una nicchia; pochi metri dopo c'è l'attacco (scritta alla base con "H" di troppo e cordino in clessidra poco sopra).
Relazione: i numerosi cordini in clessidre indicano in maniera abbastanza evidente il percorso, ma alcuni di essi sono totalmente rovinati ed inaffidabili, e per di più difficili da "doppiare" (sarebbero ormai da sostituire); ciò contribuisce ad aumentare il flusso di adrenalina, perché è veramente meglio non saggiarne la tenuta con un volo. Poche possibilità di integrare, ma un paio di friend medio-piccoli mi sono stati utili; roccia buona tranne un breve tratto nel primo tiro ed i tratti in "safari" erbosi del secondo. Nota: Matteo mi avvisa che il giorno dopo la nostra salita sono state sistemate le soste della via ed alcuni cordini. Le informazioni sulla chiodatura sotto riportate potrebbero non essere aggiornate. In ogni caso, consideratele come un "caso pessimo".
1° tiro: salire la placchetta iniziale poi spostarsi a destra verso rocce un po' rotte che si risalgono verso sinistra; ancora dritti per bella placca fino ad un passo delicato verso sinistra che adduce alla sosta; 30m, V+, VI-, 3 chiodi, 6 cordini in clessidre. Sosta su tre spit (due ballerini) con cordoni e maglia-rapida.
2° tiro: sale cercando la roccia in mezzo all'erba. A destra della sosta, poi dritto su un lingua rocciosa, ancora a destra attraversando una fascia erbosa per riguadagnare la roccia e salire. All'altezza degli strapiombi gialli attraversare a sinistra puntando a due spit ben visibili. Non fate come me che, dopo averli visti, ho "puntato" a due chiodi continuando dritto e ho fatto sosta lì, spostandomi dopo con "bel traverso erboso"; 45m, V, 4 chiodi, 3 clessidre. Sosta su due spit oppure cordoni in clessidre con maglia-rapida.
3° tiro: salire sulle placche poco protette puntando ad un cordino in clessidra. Io sono salito alla sua destra fino a trovare un chiodo (che ho visto dopo, non ho rinviato ed è diventato oggetto di reiterati improperi) attraversando poi brevemente verso sinistra. Da qui più evidente: salire obliquamente a sinistra, poi dritto fin sotto uno strapiombino che porta in sosta; 35m, V+, VI-, 3 chiodi, 1 bong, 5 cordini in clessidre. Sosta su tre spit e cordone con maglia-rapida.
4° tiro: a destra a raggiungere un cordone in clessidra. Salire lo strapiombo a sinistra (non come me, che dopo aver letto "sinistra" dieci volte si è buttato a destra in tentativi poco fruttuosi) e spostarsi su placca ancora a sinistra per salire poi in verticale. La via si sposta infine su placca a destra; io qui mi sono invece lasciato tentare da un'evidente lama rovescia (proteggibile con friend) che porta in pochi metri ad una cengia erbosa e poi alla sosta (piccola variante consigliabile); 40m, VI+, VI-, V, 3 spit, 1 chiodo, 6 cordini in clessidra. Sosta su due spit e clessidra con cordone e maglia-rapida.
Discesa: due calate in corda doppia da 60m: dalla quarta alla seconda sosta e da questa a terra. Fare i nodi ai capi per sicurezza. Se si vuole proseguire su Spigolando, salire il pulpitino a sinistra dove si trova la sosta a spit.
Giancarlo ha pure trovato il tempo di girare un piccolo video. Se ricordo bene, la colonna sonora è di Sammartini.

venerdì 19 ottobre 2012

Assaggi dalla Toscana alla Sicilia



Le cantine, anche quelle non particolarmente ricche come la mia, riservano sempre delle sorprese. Vini e produttori dimenticati, memorie di viaggi, amici e/o fanciulle, progetti di visite future; tutto questo si affaccia più o meno regolarmente alla mente quando si afferra una bottiglia e la si apre, e tutto questo mi è nuovamente capitato grazie ad un paio di bottiglie assaggiate nelle scorse settimane, di cui per pigrizia e mancanza di tempo non sono riuscito a mettere per iscritto le impressioni prima. Le accomuno quindi, nonostante le differenze.
Il Chianti classico Poggerino mi era stato raccomandato da - come si dice - "amici di amici", ma era rimasto a riposare per qualche anno. Aperto ora, dopo 8 anni, questo 2004 si è rivelato ben al di sopra delle mie aspettative e reclama un'incursione in terra di Siena, o almeno in un'improbabile enoteca dei dintorni orobici che ne sia fornita, per rimpinguare l'esigua scorta. Bel colore rubino, ma con un aroma non particolarmente intenso, il Poggerino si presenta senza troppa convinzione. All'assaggio, invece, le cose cambiano: l'invecchiamento di 12 mesi nelle barrique non stravolge i sapori, ed il 100% sangiovese si fa sentire. Gli immancabili frutti rossi, con qualche nota speziata e minerale accompagnano un vino ben proporzionato e intenso, che si lascia bere con estrema piacevolezza.
La settimana successiva ho un'altra occasione di prelevare una bottiglia dormiente nella cantina, e scendo a sud. Il Cerasuolo di Vittoria dell'azienda agricola Cos è prodotto senza le diavolerie che oggi trasfigurano spesso il vino e rispecchia fedelmente la filosofia dell'azienda, una specie di simbolo del vino naturale. Io mi sono bevuto con sommo piacere un 2001, ma non ho fotografato la bottiglia e ho pescato la foto con l'annata 2006 da Interdet. Un bel rubino intenso tendente un poco al granato che elargisce sentori di frutti rossi e note di terra, di cuoio e di cacao, che marcano la differenza col vino precedente. Anche il Cerasuolo si beve con estrema piacevolezza e fa ricordare, insieme al suo compare di Toscana, che ci sono moltissime cantine in Italia che producono vino di qualità, non industriale e a prezzi accessibili. Peccato che di questo Cerasuolo avevo solo la bottiglia 2001...

martedì 16 ottobre 2012

La rossa e il vampirla

Sul 1° tiro

Giancarlo e Claudia sul 2° tiro

Sul 3° tiro

Giancarlo sul 3° tiro

Sul 5° tiro

Tracciato della via
Pilastro Lomasti
Parete SO

Tutte le volte che arrampicavo al Paretone di Arnad l'occhio immancabilmente cadeva sulle forme arrotondate del Pilastro Lomasti, prima che una rapida consultazione alle difficoltà delle vie che vi salivano mi facesse lestamente volgere lo sguardo su pareti meno ostiche. Ma da un paio d'anni la via più abbordabile della parete, la rossa e il vampirla, mi appariva quasi a portata di... "scarpette" e così sabato, diretti al Paretone, assecondiamo la proposta di Claudia e andiamo invece a "dare un'occhiata" al famigerato pilastro: parecchie cordate alla base, qualcuno che giunge dopo di noi e fugge inorridito lasciandoci salire in tutta... lentezza, placche dall'aspetto poco rassicurante. Visto dal basso, sembra impossibile che si possa salire con delle difficoltà tutto sommato contenute; invece, la roccia veramente bellissima e la chiodatura comunque sicura ci hanno regalato una salita notevole, anche se non banale e con un po' di adrenalina in circolo.
Accesso: uscire dall'autostrada TO-AO a Pont S. Martin, proseguire in direzione AO passando il forte di Bard fino ad Arnad, lasciare la SS26 all'altezza della Corma di Machaby, costeggiarla e prendere a destra per Machaby (indicazioni); al bivio ancora a destra (ind. Machaby) fino ad una curva dove si trova un primo parcheggio sulla sinistra, da dove si sale lungo la bella mulattiera di fronte. In alternativa, proseguire ancora lungo la strada che termina poco oltre in un ampio parcheggio, dove un sentiero conduce sulla mulattiera precedente. Il sentiero sale al santuario e raggiunge l'ex forte di Machaby, ora ostello. Da qui a sinistra (indicazioni per pilastro Lomasti), la bella strada sale a tornanti, raggiunge alcune case e diviene sentiero. Poco dopo si segue una traccia a destra (ancora indicazioni) che in breve porta alla base del pilastro, dove partono le vie. Si risale per alcuni metri sulla sinistra fino all'attacco della via (scritte alla base).
Relazione: la via sale su placche e brevi muretti, in arrampicata mai banale su piccole reglette e buchi che richiedono un minimo di padronanza dei gradi. La roccia è semplicemente fantastica e la chiodatura buona, con un paio di passaggi più lunghi sul 1° tiro (dove ho trovato utile un friend C000) e diversi passi obbligati di 6a. I tiri sono piuttosto continui ed i gradi non sono "regalati". Percorso sempre ovvio; tutte le soste tranne la prima sono su 2 spit e catena con anello di calata.
1° tiro: subito su placca per poi prendere un diedrino a sinistra che conduce ad una seconda placca prima della sosta vicino ad un albero; 45m, 6a, 5a, 6a, 13 spit. Sosta su 2 spit e cordino con maglia-rapida.
2° tiro: salire e portarsi verso destra fin sotto ad un muretto con una lama sovrastante; poi ancora a sinistra per placche verso la sosta; 35m, 6a, 9 spit.
3° tiro: dritti sopra la sosta, superare un muretto verticale e proseguire su placche; 25m, 6a, 8 spit, 1 sosta intermedia.
4° tiro: salire la fessura ad arco, superare un muretto e raggiungere la sosta; 20m, 6a+, 6a, 7 spit.
5° tiro: dritto e un poco a destra per placche fino a salire un muretto; da qui a sinistra a prendere una fessura che porta nuovamente su placca finale e alla sosta; 30m, 6a, 9 spit.
6° tiro: superare il muretto sopra la sosta e proseguire dritti. Confesso che ho avuto qualche problema ad uscire dal muretto e invece di imbarcarmi in complicate manovre mi sono spostato a sinistra all'altezza del 2° fittone, per poi proseguire; 15m, 6a, 5a, 5 spit.
Discesa: in doppia sulla via. Dalla fine alla quarta sosta; dalla quarta alla seconda; dalla seconda alla sosta intermedia del 2° tiro (possibile utilizzare un'altra sosta pochi metri più in basso e a destra); da lì a terra. 

mercoledì 10 ottobre 2012

Catia

Diego sul 1° tiro

Matteo sul 1° tiro

Sul 2° tiro

Luca sul 3° tiro

Sulla difficile placca del 3° tiro
Monte Colt - Valle del Sarca
Parete E

Mi ritrovo per il secondo sabato consecutivo in Valle del Sarca, e torno ad arrampicare con Matteo dopo quasi due mesi. Programma come sempre non ben definito, che prende forma quando Diego ci propone una via aperta nel 2011 sul monte Colt, dietro la parete S. Paolo. È incredibile che in Valle del Sarca ci sia ancora posto per aprire nuove vie, vista l'esplosione di aperture degli ultimi anni, ed è ancora più incedibile che ci siano ancora vie possibili su roccia buona. Aggiungo che la zona è (per ora) decisamente poco frequentata rispetto alla vicina parete S. Paolo (possibile concatenamento) per invogliare ad una ripetizione.
Accesso: raggiungere il ponte romano di Ceniga, oltrepassarlo e svoltare a sinistra fino ad un parcheggio (raggiungibile anche dal ponte di Arco, seguendo la via sulla destra orografica del fiume Sarca; in alternativa si può lasciare l'auto a Ceniga). Tornare verso il ponte e all'incrocio prendere il sentiero che sale sulla sinistra. Dopo poco prendere una deviazione che sale a destra (ometto) che si segue fino ad una seconda deviazione a destra (freccia e bolli blu) che conduce in breve alla parete.
Relazione: via breve ma interessante, su roccia buona, con solo un po' di vegetazione che disturba il 4° tiro; protezioni buone con un tratto non facile nel 3° tiro. Peccato che la relazione originale degli apritori sia alquanto opinabile per quel che riguarda la valutazione dei gradi; di seguito la mia valutazione personale:
1° tiro: in obliquo a sinistra nel diedro appoggiato fino ad aggirare un pulpitino (passo in A0) dopo cui si trova la sosta; 30m, V, A0, 4 spit, 2 chiodi (1 con cordone), 5 cordoni in clessidra. Sosta su 2 spit e cordone. Attenzione ad alcuni tratti bagnati.
2° tiro: salire a sinistra della sosta puntando ad una fessura triangolare, seguirla verso sinistra, superare un facile  muretto e spostarsi ancora a sinistra alla sosta; 30m, V+ (forse VI-), 3 spit, 1 chiodo, 2 cordoni in clessidra. Sosta su uno spit.
3° tiro: salire la placca (più facile un paio di metri a sinistra) e portarsi sopra la sosta a prendere un vago diedrino che adduce ad una cengia con albero, che si segue verso destra. Salire in corrispondenza di una lama e superare la difficile placca successiva fino alla sosta; 35m, 6a, 6b, 11 spit, 1 chiodo, 2 cordoni in clessidra, 1 cordone su pianta. Sosta su due spit e cordone. La placca non è facilmente azzerabile; complimenti a Diego per aver condotto la "spedizione" fuori dai guai!
4° tiro: salire in corrispondenza di una lama a sinistra della sosta, superare una fessura rovescia e proseguire su terreno facile fino alla cima; 45m, V-, IV, 3 spit, 1 cordone in clessidra. Sosta da allestire su spuntone o clessidra.
Discesa: raggiungere la vicina croce di Colt e seguire la traccia verso sinistra che si congiunge col sentiero n.431 che riporta al ponte.

domenica 7 ottobre 2012

Trattoria del gallo

Via cantine, 10
Rovato (BS)

La zona del Franciacorta è senza dubbio una delle più interessanti (enogastronomicamente parlando) della Lombardia, ed è raggiungibile con estrema facilità da Bergamo, dove abito. È così che ieri sera, dopo il rientro da un'arrampicata in Valle del Sarca (relativo post a seguire...), puntiamo verso Rovato dove mi "sdebiterò" - con mio sommo piacere - verso un amico per un favore con una cena. La trattoria del gallo è nel pieno centro del paese e si raggiunge passando sotto ad un arco di fronte alla chiesa, alla via Castello (la mappa di Google fa un po' pena; presente indicazione). L'ambiente conserva gli arredi d'epoca ed è ben ristrutturato, seppur con alcuni "tocchi" un po' discutibili, come la colonna tinteggiata color oro nella saletta in cui ci accomodiamo. Servizio piacevole e cordiale; cucina con prevalenza di carni, ma con qualche piccolo excursus verso il vicino lago d'Iseo. Tra gli antipasti assaggiamo del salumi e un ottimo tortino di finferli allo zafferano, per me (golosissimo di funghi) il piatto migliore della serata. Dopo una disputa sulla presenza o meno di capperi nella salsa di accompagnamento agli antipasti si passa al primo, pure molto buono: risotto mantecato con fichi caramellati e crescenza, piatto relativamente semplice (almeno in apparenza) che prima o poi, quando ritornerò dell'umore di sperimentazioni culinarie, tenterò di imitare. Buoni, ma secondo me un poco sottotono rispetto a quello che avevamo mangiato in precedenza, i secondi: un manzo all'olio, che dovrebbe essere il piatto forte della cucina locale, ed un (secondo me migliore, ma forse sconto un amore per questo tipo di cottura) guanciale brasato al Curtefranca. Diciamo che mi sono sembrati dei buoni piatti, ma che mi aspettavo qualcosa di più. Anche la torta al cioccolato che conclude la cena mi è parsa buona, ma nulla di speciale. Carta dei vini giustamente monopolizzata (o quasi) dalla Franciacorta, con ricarichi forse un poco alti. Io di quella regione preferisco di gran lunga i bianchi, mentre i rossi non sono in cima alla lista dei miei vini preferiti; l'abbinamento ha comunque funzionato alla perfezione.

giovedì 4 ottobre 2012

Giuseppe Garibaldi, Giuseppina Raimondi, Luigi Caroli - un amore controverso

di Vittorio Polli
Junior, Azzano S. Paolo (BG), 1986

Do anch'io il mio piccolo contributo (tardivo) di letture per il centocinquantenario dell'unità d'Italia con questo libretto (in verità una ristampa della prima edizione del 1969) in cui si racconta un triangolo amoroso il cui più noto protagonista è l'eroe dei due mondi e "l'altro" un giovane di Stezzano (un paesino a pochi km da Bergamo in cui si può vedere ancora la villa di famiglia). La storia è sostanzialmente nota, anche se rimangono alcuni punti oscuri che difficilmente potranno essere chiariti, vista la scomparsa di alcuni archivi. Ma veniamo ai fatti: nel 1859 Garibaldi (allora 52enne) entra a Como con i Cacciatori delle Alpi e conosce Giuseppina Raimondi (18enne), figlia del marchese Giorgio Raimondi, e se ne invaghisce. Lei inizialmente resiste, ma infine acconsente al matrimonio, forse per il fascino di Garibaldi, forse per le insistenze paterne; il Generale passa alcune settimane nella villa Raimondi, dove "conosce" la futura moglie.
Chi non si rassegna è Caroli, amante "da sempre" della fanciulla, che sul finire del 1859 fa di tutto per riaverla: i due amanti si vedono e passano insieme alcune notti, ma questo non fa cambiare idea a Giuseppina. Il matrimonio si celebra il 24 gennaio 1860 a Fino Mornasco. All'uscita dalla chiesa, un militare porge una lettera a Garibaldi che la legge e si apparta colla moglie chiedendo se quanto scritto sia vero. Segue un galante apprezzamento: "puttana", e una  fuga a cavallo con l'abbandono della moglie, che non rivedrà mai più. Ad agosto-settembre 1860 Giuseppina partorirà un figlio morto, mai registrato allo stato civile, di cui negherà sempre l'esistenza.
Garibaldi torna... a fare Garibaldi; c'è la spedizione dei Mille e tutto il resto; le vite dei due giovani, invece, sono schiacciate dagli eventi. Caroli, patriota che ha già combattuto, vorrebbe arruolarsi nei Mille, ma Garibaldi in persona non lo vuole (come dargli torto...). Nel 1863 si unisce al concittadino Francesco Nullo nella sfortunata spedizione in sostegno dell'insurrezione polacca contro i russi: l'improvvisato esercito polacco si squaglia alla prima battaglia lasciando la pattuglia di bergamaschi e qualche francese a combattere coi Cosacchi. Nullo è colpito a morte e gli altri sono catturati, con l'onore delle armi. La condanna a morte iniziale è commutata ai lavori forzati in Siberia, dove il povero Caroli muore due anni dopo.
La villa Caroli-Zanchi a Stezzano
Giuseppina rifiuterà sempre di sposare Caroli (con cui trascorre qualche mese dopo il matrimonio, a Friburgo, nell'attesa che le acque si calmino e che le protesterà sempre il suo amore) e si ritirerà nella casa paterna. Nel 1880 acconsentirà all'annullamento del matrimonio con Garibaldi (che vuole sposare Francesca Armosino per dare il nome ai figli) sulla base del fatto che lo stesso "non è stato consumato" (!), sposerà Ludovico Mancini e si rinchiuderà nel silenzio, portando letteralmente alcuni documenti nella bara (nel 1918) e ordinando alla nipote di distruggerne altri alla sua morte.
Il libro racconta questa vicenda alla luce dei documenti emersi più di 40 anni fa, e chiarendo diversi fatti sulla base di varie lettere conservate nelle biblioteche di Bergamo e Como. Alcuni dubbi, come si diceva, restano: chi scrisse la lettera fatale? Probabilmente Caroli stesso, in uno scrupolo di onestà e nella speranza di far saltare il matrimonio (i ritardi delle poste causano danni non da oggi). Di chi era il figlio di Giuseppina, di Garibaldi o di Caroli? Perché Garibaldi attese 15 anni per chiedere l'annullamento del matrimonio? Nel libro si accenna anche ad alcune lettere di Giuseppina che avrebbero dovute essere depositate in biblioteca e di cui se ne è persa traccia; sarebbe interessante capire se in quasi mezzo secolo sono emersi nuovi documenti o se le bellissime ville neoclassiche di Stezzano e di Fino custodiscono ancora gelosamente i particolari di questa sfortunata vicenda.