venerdì 31 agosto 2012

Pubblicità boomerang


La mia esposizione alla pubblicità televisiva è tutto sommato limitata, per il semplice motivo che l'elettrodomestico in questione si accende per il TG delle 20 e si spegne subito dopo la sua fine, salvo rare eccezioni. Non sono però riuscito ad evitare il martellamento dell'accoppiata Fiorello-Wind, e in particolare l'ultima trovata che vuole l'ormai insopportabile personaggio "sposare" la compagnia telefonica. Il messaggio è chiaro: anche per l'italiano più impenitente, il matrimonio è sinonimo (formale o sostanziale) di fedeltà; prendetevi Wind per la vita e non se ne parli più!
Secondo me, però, lo spot rischia seriamente di generare un effetto boomerang, veicolando il messaggio opposto. Non è l'unico caso e, in linea generale, direi che si possono annoverare almeno un paio di motivi per un potenziale insuccesso di una campagna pubblicitaria: le sensazioni generate dalle immagini e la storia raccontata. Sul primo punto, le tensioni, i rilassamenti, gli spazi chiusi e aperti, ecc. ecc., ne so poco. Il secondo punto, invece, mi pare più elementare, più logico: la "storia" raccontata deve essere coerente con il messaggio, altrimenti non funziona. Ricordo una vecchia pubblicità della RAI (forse erano gli anni '90) che parodiava la scena iniziale dei Promessi Sposi (tratta dallo sceneggiato in B/N trasmesso a puntate negli anni '60), quella in cui i bravi intimano il famoso "questo matrimonio non s'ha da fare" allo spaurito don Abbondio. In quella versione, i bravi intimavano il pagamento del canone; quando la vidi mi parve decisamente ridicolo e controproducente che mamma RAI si servisse dei bravi per promuovere il pagamento di una tassa!
Lo stesso fenomeno si verifica qui: Fiorello "sposa" la compagnia, ma quando si "alza il velo" il sogno si trasforma in incubo, e il matrimonio non è per nulla quello che avrebbe desiderato. Forse, prima di firmare questo contratto, anche se non è per la vita, sarà meglio togliergli il velo e dargli un'occhiata per bene.

martedì 28 agosto 2012

Hale-Bopp

via Anile, 8
Pizzo Calabro (VV)

Stanno ormai finendo questi giorni in Calabria, ospite di un carissimo amico e consorte. Tante le storie che ci sarebbero da raccontare, ascoltate la sera (tentando vanamente di decifrare il dialetto) sulla piazza del paesino; storie di emigrazione, di lavoro che manca o è sempre temporaneo, di case costruite a metà per figli che non torneranno più, di un "mondo dei vinti" da cui è difficile fuggire. Ma anche - per contrasto - di una piccola "ricchezza" di case e terreni che garantiscono una fonte di sussistenza forse meno frequente in altre zone del Paese e - soprattutto - di una gentilezza ed ospitalità veramente imbarazzanti e quasi commoventi. Ma scrivere di questo sarebbe complicato, ed inoltre non ho voglia di dissezionare il posto dove sono stato quasi "adottato" per questi giorni.
Domenica matura all'improvviso la decisione di organizzare la solita cena tra gli amici che si ritrovano ogni anno al paesello per l'estate. Nicola ci conduce senza esitazioni a Pizzo; la stagione è ormai abbastanza avanti, o forse sarà la "crisi", ma riusciamo a trovare posto nel piccolo parcheggio davanti al locale senza problemi. Cucina rigorosamente di pesce (vabbè, poi ci sono le pizze...) che inizia per me con dei ravioloni ripieni di pesce spada, mentre diretti ai miei commensali sfilano degli spaghetti allo scoglio (o con vongole, o polipi) dall'aria interessante. Una frittella di bianchetti parte dell'antipasto di Giuseppe scatena un'ondata di analoghe richieste, dopo di che la golosità, se non la fame, ha il sopravvento e si passa al secondo. Lascio perdere il vassoio del pesce fresco e mi lascio tentare da delle seppie alla griglia con salsa di liquirizia; insolito e ottimo abbinamento. Selezione di vini sufficiente e giustamente centrata su Calabria e sud Italia. Dopo la cena non può mancare un salto da Ercole per il tartufo nero di Pizzo!
Volendo essere pignoli e cercare l'unico neo della bella serata, indicherei gli amici che discutevano di calcio, di cui a me non può interessare di meno. La parentesi agostana, in cui l'argomento "donne" aveva preso il marcato sopravvento, volge decisamente al termine!

Billy Budd, sailor and other stories

di Herman Melville
Bantam books, New York, 1989

Dopo un periodo di letture disordinate e poco interessanti ho ripescato questo libro in occasione del viaggio a Boston, e non potevo far altro che finirlo insieme alle vacanze agostane. È una raccolta di sei racconti dell'autore di Moby Dick; un paio (The piazza e The bell-tower) poco interessanti, cui si aggiunge una specie di resoconto di viaggio alle isole Galapagos (The encantadas) diviso in dieci sketches, tra i quali i migliori risultano il settimo e il nono, sulle isole Charles e Hood. Va detto però che la geografia del racconto si prende parecchie licenze immaginifiche e si nutre di riferimenti letterari che ad un asino in letteratura anglo-americana quale il sottoscritto sono sfuggiti totalmente tranne uno, banale, nello sketch ninth; una lettura al riguardo si può trovare qui.
Decisamente migliori - e ben più famosi - gli altri tre racconti. Billy Budd, sailor affronta l'eterna questione bene-male o, se vogliamo, del significato e interpretazione della legge. Billy, descritto più volte come una specie di innocente ragazzo o di "primitivo", è totalmente "puro" nel senso che non conosce le malignità degli uomini e, quando ne è vittima, reagisce come farebbe un animale braccato: colpisce, e uccide il suo maligno detrattore. È da considerarsi colpevole? Il capitano Vere che discute e orienta la decisione della corte marziale applica la legge pur sapendo dell'intima innocenza di Billy o è una specie di Ponzio Pilato che se ne rifugia? E il resoconto finale è una ricostruzione "ufficiale" fittizia della vicenda o ci dice che la verità potrebbe essere diversa da quella che ci è stata raccontata per tutto il romanzo?
Bartleby è forse il racconto più famoso e più enigmatico di Melville, e quel I would prefer not to con cui il copista si rifiuta di eseguire dapprima semplici mansioni e poi via via lavori sempre più grandi fino a smettere di lavorare del tutto è ormai celeberrimo. Cosa rappresenta la resistenza passiva di Bartleby? Trasposizione autobiografica dell'autore, che rifiuta di scrivere novelle che si vogliono da lui fino a smettere completamente di scrivere, denuncia ante-litteram dell'alienazione del lavoro, ultima ed estrema libertà?
Anche Benito Cereno non è esente da interpretazioni opposte: dietro la trama (che si intuisce subito nonostante Melville crei un alone di ambiguità) vi sono toni razzisti o il loro contrario? Leggere che like most men of a good, blithe heart, Captain Delano took to Negroes, not philanthropically, but genially, just as other men to Newfoundland dogs è quantomeno ambiguo se non offensivo, così come la chiosa finale del racconto. D'altra parte Babo è descritto in antitesi con molti stereotipi dell'epoca e, singolarmente intelligente, si prende gioco dei due "bianchi" per tutto il racconto. A parte questa questione, Benito Cereno resta una storia di violenta ribellione che rimane perlopiù incompresa dai bianchi che infine la reprimono; purtroppo, una condizione singolarmente attuale.

mercoledì 22 agosto 2012

Cucina di Carnia...

Mi ritrovo in Friuli per la seconda volta quest'anno, e la cosa non può che farmi piacere. Al rientro in Italia per il passo di Monte croce carnico ci fermiamo a Paluzza per arrampicare sul facile e bello spigolo De Infanti al Pal Piccolo, ma un motivo non secondario di questa sosta è la possibilità di assaggiare le specialità della Carnia. A Timau, dopo una visita al sacrario con la tomba di Maria Plozner, unica donna medaglia d'oro nella prima guerra mondiale, e senza dimenticare il relativo museo, vale la pena di fermarsi "da Otto". Ristorante e albergo fin dall'800, con una cucina strettamente legata alle ricette tradizionali. Dopo un antipasto di salumi siamo passati ai primi, dove sono rimasto letteralmente conquistato dai cjarsons (o cjalsons), sorta di tortelli di pasta con patate dal gusto agro-dolce. Chiedo lumi sul piatto e Diego, il titolare, ci spiega che letteralmente ogni famiglia ha una sua propria ricetta, sicché è praticamente impossibile mangiarne due identici. Il ripieno che abbiamo assaggiato noi era fatto di uvetta, erbe di montagna, menta, cannella, cioccolato (ebbene sì!) e altri ingredienti che mi sono stati elencati puntigliosamente (non prima di avermi chiesto con una punta di malizia cosa ero riuscito a riconoscere...), e che sono stati puntualmente dimenticati. Da ricordare anche delle ottime crespelle con asparagi. Il menù dei secondi è più tradizionale e non ho potuto sottrarmi all'assaggio del gulasch, penetrato in Friuli dall'Ungheria. Un refosco buono ma un po' troppo barricato accompagna piacevolmente la cena.

La sera successiva scoviamo il Salon un poco più a valle, albergo e ristorante con annessa un'osteria dove si serve una selezione degli stessi piatti del ristorante, in ambiente più rustico e con prezzi più contenuti; anche qui la tradizione di famiglia è piuttosto antica, risalendo ai primi del novecento. Vedendoci agghindati come possono esserlo due che hanno passato quasi una settimana ad arrampicare senza preoccuparsi troppo dell'eleganza (lo zaino pesa!), ci suggeriscono - con nostra grande soddisfazione - l'osteria. Vado subito a verificare l'affermazione della sera prima e ordino di nuovo i cjarsons: il sapore è lievemente diverso con note più dolci e più "cioccolatose". Un galletto come secondo è buono ma non all'altezza del primo, ma una nota di merito va al refosco del Molino delle Tolle, servito ad un prezzo più che onesto e di cui purtroppo non sono riuscito a fare scorta. Altra nota di merito per il dolce, una buonissima torta di mele alla carnica.

Bell'esempio di una regione che ha saputo valorizzare i piatti della tradizione, grazie anche all'opera di alcuni chef rinomati, la Carnia si presenta oggi particolarmente interessante da molti punti di vista, storico, culturale (sorprendente la bella ancona lignea e gli affreschi del '500 presenti nella cappella vecchia della chiesa di Paluzza)... senza dimenticare quello gastronomico!

sabato 18 agosto 2012

Spigolo O (Westkante) con variante Blasl

Sentiero di accesso

Il freddo 1° tiro

Cinzia sulla cengia del 3° tiro

Carlo sul 4° tiro

Sulla placca dell'8° tiro

Matteo sulla cresta finale

Foto di vetta

Tracciato dei primi 6 tiri
Große Laserzwand - Dolomiti di Lienz

Dopo la parentesi americana, ed in attesa di terminare queste vacanze da un amico in Calabria, ci voleva proprio questa parentesi dolomitica! Seguendo le indicazioni di Massimo, la meta è oltre confine, in una zona decisamente assai meno frequentata rispetto alle consorelle italiane, seppur non mancante di fascino. Unico inconveniente: le temperature non proprio "estive" e una presenza quasi-costante di vento da nord che rende i primi tiri piuttosto fastidiosi. In zona ci sono vie per tutte le difficoltà e una via ferrata lunga ed interessante; noi ci siamo decisamente rilassati su vie non impegnative.
Accesso al rifugio: raggiungere la Val Pusteria e superare il confine a Prato alla Drava, raggiungendo la città di Lienz. Alla rotonda si gira a destra, passando la stazione ed il ponte. Poco dopo ancora a destra per la frazione Tristach per poco meno di 4 km, dove si prende la strada a destra per la Dolomiten Hütte. La strada prende quota per poi diventare a pagamento (7.50 € per veicolo, ma l'accesso è libero dal tardo pomeriggio) e sbucare infine al parcheggio vicino alla Dolomiten Hutte. Da qui parte una strada sterrata con adiacente scorciatoia su sentiero che in circa 75' porta alla Karlsbader Hütte, il rifugio dove abbiamo alloggiato. Luce presente solo negli spazi comuni (portarsi la frontale), birra quasi più economica dell'acqua e gran zuppe servite come primo piatto a cena; ogni tanto è piacevole variare il regime alimentare, ma al rientro in Italia, in Friuli (non eravamo ubriachi, è stata una deviazione consapevole per "tastare" la roccia delle alpi carniche) ci siamo sfogati in un paio di pantagrueliche cene sulle quali riferirò a breve, inneggiando senza remore alla "cultura materiale" nazionale.
Accesso: dal rifugio si scende la sterrata fino a prendere un sentiero sulla destra che per prati costeggia la parete S della Laserzwand. Si procede a mezza costa fin quasi alla fine della parete, dove si risale una facile rampa (II) fino allo spigolo. Un'ora circa dal rifugio.
Relazione: tracciato non difficile con chiodi nei passi più impegnativi. Se come me siete negati per le salite in camino, fate attenzione al 5° tiro; potreste non avere una cordata amica che vi fornisce un "aiutino"...
1° tiro: salire la facile rampa che adduce all'evidente fessura obliqua verso destra fino al terrazzino di sosta. 40m, III, IV+, tre chiodi. Sosta  su chiodo e fittone.
2° tiro: Nella fessura obliqua a sinistra; non salire la prima fessura verticale che si incontra (chiodo), ma spostarsi a sinistra per poi rientrare verso destra, salire una facile placca e spostarsi e destra fino alla corda fissa. 30m, IV, V, IV-, III, 6 chiodi. Sosta su spit e corda fissa.
3° tiro: risalire le roccette a sinistra e procedere per cengia fino ad un masso incastrato ove si trova la sosta. 40m, II. Sosta su fittone con anello.
4° tiro: dal pulpito a sinistra in bella esposizione fino a raggiungere un diedro-fessura che si risale fino alla sosta. 25m, V, IV+, 3 chiodi. Sosta su fittone con anello.
5° tiro: a sinistra della sosta per una rampa che termina in un camino con un masso incastrato; risalirlo tenendosi sulla sinistra nella parte alta. In alternativa, salire la placca a sinistra del camino con difficoltà maggiori, ma con maggior proteggibilità. 35m, III, IV+. Sosta su fittone.
6° tiro: salire obliquando a destra della sosta per poi portarsi verso sinistra fino alla cima del pilastro. 35m, IV-, passo di IV+ in partenza, 1 chiodo. Sosta su spit e corda fissa.
7° tiro: seguire la traccia in leggera discesa fino alla base di una placca. 15m, II. Sosta su spit e fittone.
8° tiro: salire la bella placca protetta da due fittoni e proseguire su rocce semplici. Saltare una sosta e fare un tiro da 60m. 60m, V+, III+, 3 fittoni, 1 chiodo. Sosta su fittone con anello.
Da qui in avanti ci sono ancora un paio di tiri di cresta da 60m (che si possono spezzare in due tiri da 30m l'uno, se avete voglia di passare il tempo in questo modo...), poi con facilità alla cima.
Discesa: si segue l'evidente sentiero che in breve riporta al rifugio.
Nei giorni successivi abbiamo salito un altro paio di vie rilassanti, la Darmstädter Weg al Seekofel e la Domenigg-Konig alla Große Terplitzer Spitze, prima di fare una capatina  al Pal Piccolo nelle alpi carniche. Altre vie interessanti sono rimaste per la prossima volta, perché il posto merita certamente un ritorno.

lunedì 6 agosto 2012

Nantucket

Il faro

La casa del Cap. Pollard

Hadwen house

Scheletro di capodoglio
L'accento è sulla "u" (fatta salva la pronuncia), e non vi azzardate a dirmi anche voi, come tempo fa un'amica poi laureatasi in Lettere e filosofia (così va il mondo...), che il libro che vi è più indissolubilmente legato "pensavate fosse una cosa da ragazzi"! L'autore lo scrisse nel lontano 1851 senza averla visitata, e così ne inizia la descrizione al Cap. 14: "Nantucket! Take out your map and look at it. See what a real corner of the world it occupies; how it stands there, away off shore, more lonely than the Eddystone lighthouse. Look at it - a mere hillock, and elbow of sand; all beach, without a background. There is more sand there than you would use in twenty years as a substitute for blotting paper".
E dopo aver letto e amato il libro, nella bella traduzione di Pavese, io effettivamente la cercai, setacciando palmo a palmo la costa del nord America sull'atlante geografico metodico, unico mio depositario della cartografia mondiale nell'era pre-internet, ma invano. Passano gli anni (e anche i lustri e i decenni, purtroppo), e nel programmare la visita a Cape Cod mi accorgo che l'isolotto che avevo cercato tempo fa è lì, a un paio d'ore di traghetto! Ci vado, in una giornata che rapidamente peggiora e si risolve in un acquazzone che affoga ogni tentativo di visitare accuratamente l'isola e che si somma alla mia conclamata imperizia fotografica (e non solo tale), risultando in immagini anche peggiori del solito; ci vado coll'animo fermo a metà Ottocento, tra fantasia e realtà, tra il chowder del Try Pots e lo sfortunato capitano Pollard dell'Essex (alla cui tragedia si ispira il libro) e del Two brothers. Ma i 150 anni e passa che sono trascorsi hanno lasciato il segno, e si vede! Del Cap. Pollard si vede ancora la casa al 46 di Centre Street, ma ridotta a negozietto insignificante - solo una targa ricorda il comandante, poi finito a fare il guardiano notturno di Nantucket dopo il secondo naufragio; la zona vicino al porto è diventata un susseguirsi di fast-food e ristoranti di dubbia qualità contornati da negozi di souvenir; le strade sono infestate di automobili parcheggiate in ogni dove, sì che pare di essere in centro Milano piuttosto che negli USA.
Per ritrovare qualcosa della Nantucket che fu famosa fino alla seconda metà dell'Ottocento, quando sia problemi all'ingresso del porto, sia l'introduzione di infrastrutture come le ferrovie, che rendevano più competitivi i porti della costa, sia infine l'utilizzo del kerosene che rese - vivaddio - non più conveniente lo spermaceti ne determinarono il declino bisogna addentrarsi oltre le vie a ridosso del porto, andare a scovare le ricche case, alcune oggi visitabili, dei mercanti che si arricchirono con l'industria, e infine fare un giro al whaling museum. Qui, in una vecchia fabbrica di candele ci si immerge nel "vero" mondo di Nantucket, tra registri di bordo di baleniere, reperti delle navi d'epoca (tra cui le poche cose sopravvissute al disastro dell'Essex), una serie impressionante di ramponi e lance utilizzate per massacrare i poveri cetacei, uno scheletro di capodoglio (morto naturalmente per spiaggiamento, per fortuna) e i prodotti della lavorazione, olio, candele e altro. Ve lo avevo detto che il libro di cui parlavo è Moby Dick?

venerdì 3 agosto 2012

Tre ristoranti a Cape Cod


Old Yarmouth Inn


Degli USA ho sempre preferito l'Ovest, a parte la notevolissima eccezione di New York, ma anche la East Coast dà le sue soddisfazioni: dopo anni che vengo negli USA, bisognava capitare a Boston per vedere un'auto parcheggiata in doppia fila! Nei giorni precedenti ho esplorato un po' i dintorni, e segnatamente Cape Cod, dove l'atmosfera del New England ed il fantastico ambiente sono purtroppo rovinati da una massa enorme di turisti da spennare. Siamo alle radici degli USA; nel 1620 qui arriva la Mayflower, che porterà alla fondazione della vicina Plymouth (dal nome del porto inglese di partenza). Nel 1696, a metà strada tra Plymouth e Provincetown, nasce l'Old Yarmouth Inn, la locanda più vecchia di tutto il Cape, a cui naturalmente non potevo mancare di recare omaggio. Ambiente accogliente con sala un po' troppo romantica per i miei gusti, e menù interessante. Scelgo il seafood sauté, che contiene astice, gamberi e capesante in salsa di astice - e fin qui tutto bene, anzi benissimo - a cui si aggiunge però della pasta, che ovviamente è scotta, nella miglior tradizione anglosassone! Peccato; il piatto è buono e la porzione abbondante, e sarebbe stato ottimo con una pasta cucinata per bene, e meglio ancora senza pasta del tutto! Il dessert non regala particolari emozioni, ma il posto merita certamente una visita.
Sempre nel Mid Cape, a Hyannis, dove ho fatto tappa per visitare agevolmente un luogo su cui dovrei decidermi a scrivere un post, c'è The Paddock (20 Scudder Ave., Hyannis, MA). Anche qui s'impone l'astice, visto che nel menù c'è un piatto interessante: astice stufato ripieno - dev'essere una moda locale - di gamberi e capesante. Piatto ottimo, ma anche qui un po' rovinato da un'eccessiva quantità di pangrattato. Il vizio del cibo italiano contagia anche questo posto, ed il piatto arriva accompagnato da una porzione - per fortuna separata - di risotto ai funghi su cui stendo un velo pietoso.
L'ultimo locale, sempre a Hyannis e che manco aveva il biglietto da visita è The naked oyster (410 Main Street, Hyannis, MA). La trilogia dell'astice si conclude accompagnandolo con un filetto di haddock (credo che il nome italiano sia poco usato); ottima preparazione e nulla da dire sul piatto; rispetto agli altri due posti le porzioni sono un po' più da "nouvelle cuisine".
Per variare questa dieta, a Boston ho iniziato il tour delle cucine etniche, ma questa è un'altra storia...

mercoledì 1 agosto 2012

Il ruolo del docente

Sono negli USA per partecipare ad un incontro di selezione dei lavori per un'importante conferenza di settore e qualche giorno fa ci hanno comunicato che il lavoro che abbiamo presentato ad una (altra) conferenza internazionale ha vinto lo Student paper award, un riconoscimento per il miglior lavoro scientifico presentato da un dottorando di ricerca. Ovviamente c'è stata grande soddisfazione, ma scrivo questo non tanto per autocompiacimento, quanto perché è proprio nei momenti in cui sembra che le cose vadano per il meglio che bisogna interrogarsi. Vorrei quindi cogliere l'occasione di questo piccolo "successo" per riproporre una domanda che mi faccio spesso e di cui spesso, di questi tempi, discuto con Andrea, amico e collega: qual è il nostro ruolo? Non in senso astratto, ma il ruolo di docenti universitari di Elettronica oggi, in questo Paese, con le "condizioni al contorno" ben note.
La domanda può sembrare banale, e forse lo è, ma conviene ricapitolare i termini della questione per i "profani": io - e tanti altri colleghi come e meglio di me - conduco un'attività didattica (che in questo momento non ci interessa) e una di ricerca scientifica. Oltre all'aspetto scientifico, la ricerca ha anche una valenza formativa: gli studenti - soprattutto quelli di Dottorato - sono esposti a problemi scientifici rilevanti e contribuiscono ad affrontarli, acquisendo sia un modus operandi che delle competenze specifiche che li rendono poi appetibili dalle aziende di settore.
Il problema è appunto questo: per mantenere un livello scientifico "alto", che ci consenta di competere a livello internazionale, si deve lavorare su argomenti che sono anni-luce avanti a quello che può servire alle famigerate "aziende del territorio" o anche nazionali. Il "mio" (in senso di appartenenza e non di possesso) gruppo di ricerca lavora sulle tecnologie nanoelettroniche di punta per memorie non-volatili, ma queste tecnologie sono oggi sviluppate in USA o nel Far East (Corea, Giappone, Taiwan); in Europa c'è piuttosto poco e in Italia siamo messi male con tendenza al peggioramento. Non è un problema peculiarmente mio: la stessa cosa vale per i colleghi che lavorano sul progetto di circuiti integrati avanzati, per non parlare poi di chi si occupa di argomenti meno connessi con lo sviluppo tecnologico. Il risultato di questa situazione è che le persone più qualificate, quelle che si guadagnano il titolo di Dottore di Ricerca (il famigerato Ph.D.) in Ing. Elettronica, se ne vanno a lavorare all'estero. Per loro è certamente un bene: stipendi e prospettive migliori; per il Paese forse no. Ma l'Università fa pur sempre parte del Paese, e qui scatta la domanda: qual è il nostro ruolo di docenti? Quello di formare persone ad alto livello che poi lasciano l'Italia?
Un'alternativa potrebbe essere lo sbandierato trasferimento tecnologico alle imprese del territorio. Ci sono colleghi che lo fanno e lo fanno bene, ma la mia esperienza è drammaticamente negativa: i problemi su cui si lavora possono essere anche interessanti e non banali, ma non hanno nulla di scientifico e non incrementano la conoscenza (per tacere dei casi in cui dietro questo paravento si vuole solo avere manodopera gratis o sottopagata per lavori di routine). Qual è il mio ruolo? Questo? Devo rinunciare ad un'attività che forma ad alto livello i Dottorati di domani per adagiarli su problemi contingenti le aziendine lombarde?