mercoledì 26 settembre 2012

Spigolo E (Andreino) + Raffaella

Massimiliano sul 1° tiro dello Spigolo

Sempre lui sul 4° tiro

Sul 2° tiro della Raffaella

Giancarlo sul 3° tiro della Raffaella

Tracciato della Raffaella
Pilone centrale e Bastionata - Grignetta
Spigolo E e parete SO


Ormai sto quasi esaurendo le vie "fattibili" sulla Grignetta, visto il mio livello deprecabile, e devo cominciare a centellinare le uscite. Sabato la scelta cade sul Pilone Centrale e sulla vicina Bastionata, dove si possono concatenare un paio di viette tranquille. Lo spigolo E (via Andreino secondo la guida CAI-TCI delle Grigne) sale lo spigolo del pilone centrale senza troppe difficoltà, ed è senz'altro da preferire alla vicina Zucchi, presa d'assalto da cordate di ogni ordine e grado. Noi abbiamo fatto una variante più o meno involontaria (a nostra insaputa, direbbe qualcuno...) che aggira il pilastro del 3° tiro, facile ma non protetto e un po' friabile. La Raffaella corre poco più a destra ed è una via breve ma piuttosto interessante con un unico passaggio impegnativo. La discesa consente poi di chiudere un piccolo giro ad anello che rende più interessante la giornata.
Accesso allo Spigolo: raggiungere la fine del parcheggio dei Resinelli e svoltare a destra, tenendo subito la strada in salita a destra (via Caimi). Seguirla fino alla fine e parcheggiare ove possibile. Da qui si segue il sentiero della Direttissima fino al bivio per la Val Tesa (indicazioni). Si sale il canale, passando a fianco della Guglia Angelina e Ago Teresita e si raggiunge il sentiero Cecilia, che si segue verso destra. Si segue il sentiero fino a scendere in un canale (tratto attrezzato), al termine del quale si lascia il sentiero e si sale lo stretto canale a sinistra fino all'attacco.
Relazione: via ben protetta a fittoni resinati e qualche chiodo; utili friend se, come noi, riuscite a finire fuori via anche in Grignetta e dovete attrezzare una sosta estemporanea. Tutte le soste sono formate da due fittoni; roccia buona con qualche blocco instabile e che diviene unta nei tratti in comune colla Zucchi.
1° tiro: salire il diedro fino alla sosta; 30m, IV+, 3 fittoni, 1 chiodo
2° tiro: ancora nel diedro per uscire a destra fino ad un fittone. Da qui si dovrebbe salire a sinistra fino alla sosta. Il nostro valente capo-cordata ha invece proseguito verso destra, risalendo dei gradoni su roccia non proprio ottima, per allestire poi un sosta su friend in una fessura orizzontale; 45m, IV+, 4 fittoni.
3° tiro: a destra pochi metri per poi salire un vago diedro che porta alla sosta della via a cui si giunge abbassandosi dopo il 3° tiro corretto; 20m, IV.
4° tiro: salire la placca sopra la sosta per poi uscire a sinistra sullo spigolo e superare un altro breve tratto in placca; 45m, IV+, V, 6 fittoni.
5° tiro: in verticale sopra la sosta fino ad uscire su un terrazzo dove converge la Zucchi; 40m, IV, 4 fittoni, 1 chiodo.
6° tiro: si sale la bella placca sopra la sosta, un po' unta, fino ad uscire in cima al pilone; 40m, IV, 4 fittoni, 1 chiodo.
Accesso alla Raffaella: dalla fine via si prosegue per cresta per qualche decina di metri fino a localizzare una sosta di calata sulla destra, pochi metri più in basso. Da qui si fa una prima calata di 30m (possibile utilizzare corda singola da 60m - attenzione al termine) nel canale e si scende per una decina di metri fino a vedere una seconda sosta sulla sinistra. Una seconda calata deposita su un terrazzo dove, pochi metri a destra (faccia a monte) si trova l'attacco (fittone e scritta con nome della via, un po' sbiadita). Fare molta attenzione al primo terrazzo che si trova 10-15m sotto la prima sosta; è molto friabile e si rischia di far rotolare nel canale l'equivalente di una casetta bifamiliare; consiglio di restare sulle rocce di sinistra, senza toccare il terrazzo in questione; le persone sotto di voi e le vostre stesse corde ve ne saranno grati!
Relazione: la via è praticamente verticale, con protezioni un poco distanziate nei tratti più facili; i passaggi più impegnativi sono comunque ben protetti; utili friend se non si è troppo familiari con i gradi. Soste su due fittoni collegati con catena ed anello di calata.
1° tiro: dritti in verticale fino alla sosta; 30m, passo iniziale di V+, V, 4 fittoni, 1 chiodo.
2° tiro: in verticale poi lievemente a destra, superare un primo facile saltino che adduce ad una placca e un secondo piccolo strapiombo (passo-chiave). Appena sopra ci si sposta a sinistra e facilmente in sosta; 30m, IV+, VI, 3 fittoni, 4 chiodi.
3° tiro: a destra della sosta, poi in verticale e lievemente a sinistra fino ad uscire sulla cresta; 20m, V, IV, 3 fittoni.
Discesa: seguire la cresta immettendosi sul percorso della Segantini (è possibile un tiro di corda addizionale) che si segue fino ad una discesa in una selletta oltre cui parte un tiro di corda. A destra, invece, si nota una traccia di sentiero, che si segue fino ad incrociare il sentiero della Cermenati, da cui si scende. Verso la fine del sentiero, all'inizio del tratto boscoso, si nota una deviazione sulla destra, sotto delle rocce basse. La si segue tenendo verso sinistra ad un primo bivio e a destra ad un secondo (ignorando i bolli verso sinistra) fino a giungere al punto di partenza.

domenica 23 settembre 2012

Tre romanzi della Grande Guerra - Frescura, Stanghellini, Scortecci

A cura di Mario Schettini
Longanesi, Milano, 1966

A distanza di quasi un secolo dagli eventi, la memorialistica della prima guerra mondiale non accenna a diminuire; sempre nuovi scritti o diari sono rinvenuti tra ricordi di famiglia e trovano una strada verso la pubblicazione. Ciò è certamente positivo dal punto di vista della documentazione, ma quanti sono gli scritti che hanno anche un valore letterario? Tra questi conoscevo "di fama" il Diario di un imboscato di Attilio Frescura, pur senza averlo mai letto. Ma più di questo, ciò che mi ha fatto acquistare il volume nonostante le sue condizioni non proprio "fresche di stampa" (e peraltro ad un prezzo irrisorio) sono stati gli altri due titoli, che ignoravo totalmente. Alla fine del libro, non posso che felicitarmi con me stesso per la decisione, e con il curatore per la felice scelta di questa antologia. Unico rimpianto, il fatto che le versioni proposte non siano integrali, bensì frutto di una selezione dello Schettini.
Il Diario di un imboscato di Attilio Frescura (ripubblicato da Mursia, 1981) unisce una registrazione puntigliosa degli avvenimenti con una lucida analisi degli individui, il tutto accompagnato da una notevole dose di ironia. Dall'avanzata (si fa per dire...) del maggio 1915 che viene fermata dal comando dopo il primo morto all'offensiva austriaca sugli altipiani, dai casi di fucilazione per codardia vera o presunta ai tribunali militari che esentano gli ufficiali della giuria che non applicano la pena di morte, dagli alienati di guerra agli infiniti casi di mutilazioni volontaria che i soldati si provocavano per sfuggire alla morte in trincea (su questo aspetto, descritto con singolare precisione, è da leggere il bel L'officina della guerra di Antonio Gibelli), giù giù fino alle offensive del 1917, colle mitragliatrici pronte a sparare sui fanti che non fossero usciti dalle trincee al momento dell'attacco (come Stanghellini ricorderà i cadaveri di soldati austriaci ammanettati alle mitragliatrici), Caporetto, la ritirata, il Tagliamento e il Piave, la battaglia del solstizio e la "chiusura del libro della guerra", il Diario fornisce sempre un punto di vista arguto e disincantato, pur restando il Frescura, come molti intellettuali del suo tempo (uno per tutti, Gadda), favorevole alla guerra. Fenomenale la descrizione dell'incredulità italiana verso i disertori che annunciavano la Strafexpedition: "L'uomo (un disertore) non fu creduto e ritenuto un emissario. Egli offrì dei particolari: peggio, peggio, peggio [...] Anche a un aspirante disertore non si credette [...] si rideva quand'egli raccontava come avrebbero attaccato gli austriaci [...] Un sergente portò dati di una tale precisione da essere sospetti [...]. <<Non credere>> è il motto di noi italiani che nelle processioni reggiamo il cero perché Iddio ci doni la pioggia in tempo di siccità e facciamo gli scongiuri se incontriamo un prete!". A Caporetto si sarebbe ripetuta la stessa tragedia.
L'Introduzione alla vita mediocre di Arturo Stanghellini (ripubblicato dalla Libreria dell'orso, 2007) ha un tono diverso; la descrizione dei fatti è meno "analitica" e più filtrata dalle emozioni personali, ed il titolo prende consistenza già dalle prime pagine: "<<Che si fa in Italia?>> La domanda aveva la tristezza di chi non ha niente di più da offrire perché gli sguardi degli indifferenti si volgano ancora una volta verso di lui". E dopo (1917): "Non si racconta la guerra a chi l'ha fatta, ma nemmeno al pubblico che ci s'è divertito sopra, al cinematografo, e che l'ha sfruttata, o che se n'è disinteressato al punto di dimenticarla. Racconto di quel che m'è passato nel cuore di tristezza, di nostalgie, di sconforto." Ed ecco gli amici, più volte ricordati, la commozione per i "figli migliori" della Patria mandati al macello, la consapevolezza del distacco tra il Paese civile ed il fronte, il dolore per i sacrifici resi inutili dalla disfatta di Caporetto, l'orrore per i soldati ladri e ubriachi nel momento in cui tutto sembra perduto (la descrizione del caos della ritirata ricorda quella di Hemingway in Addio alle armi). Sul Piave e sulle Melette, nel 1918, l'elemento per così dire "eroico" prende un po' il sopravvento, compare dell'odio per l'invasore, poi stemperato nel novembre, nella consapevolezza che "il sentimento di patria tanto più è degno quanto meno l'amore per la propria terra comprende l'odio per la terra altrui". Il diario si chiude con il tema ricorrente dell'indifferenza del Paese per tutti gli sforzi e i sacrifici, con il ritorno a quella vita mediocre paventata dal titolo. È interessante confrontare, ad esempio, Stanghellini con Soffici: anche in Kobilek si consumano questi drammi, ma l'accento è fortemente nazionalista e fa prevedere l'accodamento al Duce; Stanghellini ha capito molto di più, denuncia l'ingiustizia senza revanscismo e prenderà un'altra strada.
La città effimera di Giuseppe Scortecci è la vera sorpresa di questa trilogia. Come recita il sottotitolo, è un romanzo di prigionia, ma si tratta in realtà di un romanzo sulla decadenza fisica e morale degli uomini, sul loro abbrutimento sotto la prigionia e la fame. Anche Gadda scrive della prigionia a Celle Lager, ma il suo dramma appare meno intenso, vuoi perché si rifugia nell'analiticità, vuoi perché riceveva gli ambiti pacchi con i viveri. Il mondo di Scortecci è invece popolato di esseri in perenne lotta tra loro per la sopravvivenza, preda della fame, del freddo e degli insetti, "striscianti al limite della vita", uomini ridotti a "crisalidi" che vagano a rovistare tra i rifiuti e muoiono nell'indifferenza più totale. Del tutto inesistenti gli episodi di generosità (a parte un bicchier d'acqua recato ad un malato), l'egoismo domina la città delle baracche sotto il sudario della  morte. Potrebbe essere qualunque guerra, potrebbe anche non essere la descrizione della vita in una prigione di guerra, potrebbe anche non essere una prigione. E forse proprio questo è il lato più perturbante di questo romanzo.

mercoledì 19 settembre 2012

Scoobidoo

Il Liss dei Pesgunfi

Callisto sul 1° tiro

Sul 3° tiro

Giancarlo sul 7° tiro

Si arrampica coi piedi sul 7° tiro

Giancarlo sull'11° tiro

Calate in lotta col tempo...

Tracciato (fino alla seconda cengia)
Liss dei Pesgunfi
Parete S

Un'altra delle (tante) viette che volevo percorrere da un po' di tempo, questa Scoobidoo regala un'arrampicata divertente su belle placche di granito, sempre ben protetta a spit e con gradi accessibili. Nonostante le placche corrano parallele alla vegetazione, questa non è mai fastidiosa e l'unico difetto della via è la suddivisione in tre parti separate da tratti erbosi da percorrere a piedi. Altro punto da tener presente è che si tratta di una via di 14 tiri e altrettante calate in corda doppia, con più di 650m di sviluppo, e così molte cordate la percorrono solo fino alla seconda cengia (10 tiri) per risparmiare tempo. Noi, ovviamente, ne abbiamo combinata un'altra delle nostre: l'abbiamo percorsa, più o meno convintamente, fino alla fine, ma la nostra astuzia ci ha condotti all'attacco della via molto, troppo tardi. Risultato: calate in corda doppia mentre il cielo scuriva e rientro lungo il sentiero nell'oscurità, alleviata fortunatamente dalla lampada frontale di Giancarlo. La vicinanza dell'accesso e l'ottima attrezzatura della via consentono di fare queste fesserie senza patemi d'animo, ma se la ripetete, siate più furbi e partite per tempo!
Accesso: è forse il punto più debole delle varie relazioni che si trovano su interdet, e che ci ha fatto perdere una quantità incalcolabile di tempo vagando come anime purganti alla ricerca del sentiero giusto o di un'indicazione amica. Si raggiunge il Sasso Remenno e si lascia l'auto nel parcheggio di fronte alla parete N (per intenderci, quella sulla curva, dove c'è una targa e una scritta dedicatorie); il biglietto giornaliero costa 2 €. Alla vostra sinistra ci sono due rilievi: il Liss dei Pesgunfi è quello più a sinistra (vedi foto), e la via sale sul versante S, che appare infestato di erba (ed infatti lo è!). Subito dopo il Remenno, lungo la strada in direzione di S. Martino, c'è sulla destra una costruzione interrata per l'acqua. Poche decine di metri più avanti, sulla sinistra, c'è un piccolo spiazzo erboso che diviene subito sentiero: è lui, seguitelo! Il bel sentiero sale per il bosco, prima verso destra e poi verso sinistra, sfiora qualche sasso e si riporta a destra verso il torrente. Si supera il bivio per le placche (seguire indicazione: Pesgunfi) e si guada il torrente in corrispondenza di ricoveri in pietra, giungendo alla base della parete. Proseguire verso sinistra ignorando gli attacchi di due o tre vie innominate fino ad un cartello col nome desiderato; impossibile sbagliare.
Relazione: sostanzialmente basta seguire gli spit; l'unico punto in cui abbiamo avuto qualche dubbio è la seconda cengia e l'ultimo tiro. Inutili friend o altro; bastano 10 rinvii. Tutti i tiri vanno dai 40 ai 60m; soste su 2 spit attrezzate per la calata in corda doppia (salvo dove indicato). I tiri valutati 5c (e anche alcuni 5b) sono in realtà singoli passaggi; il resto è ancora più tranquillo.
1° tiro: dritti per placca fino alla sosta; 45m, 5b, 7 spit
2° tiro: a sinistra della sosta e via in placca; 45m, 5c, 10 spit. Sosta su albero con cordoni e maglia-rapida.
3° tiro: a sinistra, salire la placca, superare un saltino e proseguire in placca; 50m, 4c, 8 spit
4° tiro: ancora placche, poi piegare a destra e superare un muretto; 55m, 5c, 8 spit
5° tiro: per placche (l'avreste mai detto?) fino ad un muretto che adduce alla sosta; 45m, 5c, 8 spit
Salire per rocce ed erba obliquando un poco a sinistra fino alla fascia rocciosa. C'è una sosta a metà, se non volete procedere in conserva.
6° tiro: dritto per placche; 45m, 5b, 5 spit
7° tiro: idem; 45m, 5b, 7 spit
8° tiro: idem, con saltino finale; 45m, 5c, 8 spit
9° tiro: per placca fino ad un diedro; 45m, 5a, 6 spit
10° tiro: salire il vago diedro, poi a sinistra dello spigoletto e per placche alla sosta; 45m, 5c, 10 spit
Si risale ancora per erba ripida e roccette puntando alle placche, ma senza spostarsi troppo a sinistra. Sosta su albero; c'è anche una sosta intermedia.
11° tiro: per placche alla sosta; 50m, 5b, 8 spit
12° tiro: come sopra; 45m, 5b, 7 spit
13° tiro: idem; 45m, 5b, 7 spit
14° tiro: salire un muretto e raggiungere lo spit successivo. Da qui non si vedono altri spit, ed infatti bisogna andare decisamente a destra (fidatevi!) e salire in corrispondenza di alcune rocce rotte; lo spit è poco sopra (e si può vedere dalla sosta). Un ultimo salto sulla destra porta alla sosta finale; 35m, 5b, 3 spit.
Discesa: in corda doppia lungo la via. Servono praticamente 14 calate o qualcuna in più se non volete scendere i tratti erbosi a piedi; consigliato calarsi in due contemporaneamente per risparmiare un po' di tempo.

martedì 18 settembre 2012

L'opera grafica di Mirando Haz

AA. VV.
Libreria antiquaria Prandi, Reggio Emilia, 1981

Ero convinto di possedere ormai l'opera omnia (letteraria, se non grafica) di Amedeo, alias Mirando Haz, conosciuto ad una lontana mostra a Bergamo nel 1993, ma - "rovistando" nella sua sterminata biblioteca - scopro d'un tratto che non è così! Il "problema" si risolve immediatamente con l'ennesimo graditissimo regalo da parte dell'autore, il che mi fornisce l'occasione per un ulteriore viaggio nel suo primo decennio o poco più di produzione grafica (l'altro riferimento per il periodo è Le acqueforti di Mirando Haz, Scheiwiller, 1976 o il più recente L'opera incisa, Nuages, 1999). Ma andiamo con ordine: il libro inizia con un'antologia di scritti su Haz, tra i quali possiamo citare quelli di Giulio Carlo Argan, Carlo Bertelli, Raffaele De Grada, Cesare Segre e altri (e scusate se è poco!). Seppur interessanti, gli scritti critici cedono però il passo alla nota dell'autore, curiosamente affidata ad un foglio allegato al libro anziché alle pagine dello stesso. In essa Haz lamenta con rabbia la mercificazione dell'arte contemporanea, la quotidiana creazione di "grandi artisti" - che poco o nulla hanno da dire - da parte di critici raramente disinteressati, che finisce col creare un cortocircuito letale con la sostanziale incompetenza di un pubblico credulone che vede ormai l'arte solo come un "investimento". Nella seconda parte dello scritto trova posto una breve descrizione della propria opera e di alcuni temi ispiratori; fatto piuttosto interessante e non proprio frequente.
Infine ci sono alcune riproduzioni di incisioni, tra le quali cito solamente l'acquaforte della bottega delle maschere e l'acquatinta de lo sputo, ed il catalogo completo delle prime 650 opere. Motivi letterari e ricordi di famiglia, riferimenti "nordici" e mitteleuropei si alternano nella lunga lista, a testimoniare l'originalità della ricerca artistica di Mirando Haz, a mio modesto parere uno dei sommi incisori del panorama del '900 italiano che, guardandoci ambiguamente dalla fotografia alla pag. 4 ammonisce: "Come superstite di una strage la mia ricerca artistica cade dalle gelide altezze della morte, da labbra chiuse nell'ironia, da alberi genealogici definitivamente segati".

venerdì 14 settembre 2012

Cassin + Graziella

Sul 1° tiro de Il chiodo del Bigio

Giancarlo sul 2° tiro della Cassin

Sul 3° tiro della Cassin

La via Cassin

Giancarlo sul 1° tiro della Graziella

Giancarlo sul 2° tiro della Graziella

Tracciato della via Graziella
Sigaro Dones e Torrione Magnaghi Meridionale - Grignetta
Pareti NO

Attaccai la Cassin al Sigaro Dones un paio d'anni fa, ma un sopraggiunto malore ci costrinse ad una ritirata dopo il secondo tiro. Come sempre quando le cose sfuggono sul più bello, la via mi aveva lasciato a metà tra l'indispettito ed il bramoso di ritornarci, e sabato è stato il secondo sentimento ad averla vinta.
Finita la via, non paghi della discreta fatica, aggravata dall'allenamento ormai inesistente dopo il mesetto di ferie dedicato a piaceri ben più immediati di quelli che regala l'arrampicata, ci portiamo all'attacco della Graziella, pochi metri più in alto. Altra via, altra faticaccia e piena consapevolezza di essere fuori forma! Il programma originale, che prevedeva anche la Chiappa-Mozzanica al Secondo Magnaghi, muta e la via in questione viene subito sostituita dall'accoppiata birra+panino e da... un buon motivo per ritornare su queste pareti!
Accesso: all'inizio del piazzale dei Piani Resinelli prendere la via Carlo Mauri sulla destra e svoltare subito dopo a sinistra. La strada sale ripida e termina in corrispondenza di un piccolo spazio con pochi posti per parcheggiare. Da qui seguire la traccia che si stacca dalla sinistra della strada e che si unisce poi col sentiero n.7 della cresta Cermenati, che si sale fino a prendere il sentiero n.3 per i Torrioni Magnaghi (indicazioni). Giunti al canalone Porta, al cospetto del gruppo, lo si risale (sentiero n.2), si oltrepassa la fiumana di gente in coda per salire il canalino Albertini e ci si porta alla spaccatura tra il Sigaro Dones ed il 1° Magnaghi; un'oretta circa dall'auto.
Relazione via Cassin: unica via con chiodatura tradizionale del Sigaro, dove non si corre certamente il rischio di trovare gente, la Cassin regala un'arrampicata atletica, protetta con chiodi abbondanti, ma non sempre dall'aspetto affidabile. Consiglierei di evitare di provare la "libera" se - come me - non avete troppa familiarità con i gradi della via, che rimane comunque un'ottima alternativa alle più frequentate Rizieri e Colombo.
1° tiro: la via originale sale il camino tra Sigaro e 1° Magnaghi (nessun chiodo), ma non molti seguono questo percorso, preferendo salire il 1° tiro della Rizieri. Noi abbiamo invece puntato agli spit che si vedono sul Magnaghi, che indicano la via Il chiodo del Bigio. All'altezza del 5° spit circa si attraversa e destra, si salgono gli ultimi metri del camino e si raggiunge la forcella dove si trova la sosta, pochi metri e sinistra della sosta della Rizieri; 25m, 5a, cinque spit. Sosta su due spit e catena.
2° tiro: risalire il masso incastrato a sinistra della sosta e prendere la cengia che riporta sopra la sosta, fino ad una fessura verticale e un po' strapiombante decorata con vecchi chiodi. Salirla per poi uscire a destra su buoni appigli e risalire per rocce più facili fino alla sosta, in comune colla Rizieri; 35m, IV+, VI+ (V+/A0), IV+, nove chiodi. Sosta su due fittoni e catena con anello; un chiodo con anello poco sotto.
3° tiro: salire verticalmente per una decina di metri seguendo la linea dei chiodi, fino ad incontrare una fessura orizzontale. Da qui non continuare la salita verticale (chiodi grigi più nuovi), ma spostarsi a sinistra qualche metro fino a ritrovare i cari chiodi degli anni '30, superare uno strapiombo e uscire a sinistra su facile terreno che conduce alla sosta; 35m, V+, VII (V+/A0), otto chiodi, un fittone (della Rizieri). Sosta su due fittoni e catena.
Discesa: spostarsi pochi metri a destra alla sosta della Rizieri. Da qui una singola calata da poco meno di 60m riporta alla base.

Accesso via Graziella: salire ancora la placchetta del canalone Porta, superare la spaccatura Dones e una prima sosta e giungere ad una fessura obliqua verso sinistra alla cui base si trova la sosta di partenza (2 spit e catena).
Relazione via Graziella: la via sale le belle placche verticali con qualche salto strapiombante, con arrampicata atletica su roccia buona. Via "di soddisfazione" con percorso indicato dai fittoni, presenti con una certa parsimonia. Utili friend per integrare in un paio di punti.
1° tiro: salire la fessura fino alla sosta; 25m, passo di V all'inizio, poi IV+, un chiodo, un fittone. Sosta su due fittoni.
2° tiro: proseguire per fessura verticale sopra la sosta, per poi spostarsi un poco a destra e superare un paio di strapiombi. Il terzo strapiombo porta ad una cengia orizzontale dove si sosta; 30m, V e strapiombo finale di V+ (forse VI-), due fittoni, quattro chiodi. Sosta su due fittoni.
3° tiro: ancora diritti sopra la sosta per placche fino ad un saltino finale oltre cui si esce a destra verso la sosta; 30m, V-, V, due fittoni, quattro chiodi. Sosta su due fittoni.
4° tiro: salire ancora le placche sopra la sosta fino d uscire su terreno facile; 30m, IV, due fittoni. Sosta su due fittoni.
Discesa: raggiungere la cima del Torrione (II) e portarsi sul lato sinistro (verso O). Superare un masso in corrispondenza di una vecchia croce abbattuta e raggiungere la sosta di Nastassia Kinski. Da lì una calata di poco meno di 60m riporta nel canalone, da cui si scende (possibile altra doppia) fino al punto di partenza.

martedì 11 settembre 2012

Salice salentino DOC Riserva 2002 Leone de Castris

Non sono molte le aziende vitivinicole che riescono a coniugare una grossa produzione con il mantenimento di una certa qualità, ma per quel che mi riguarda la Leone de Castris rientra in questo ristretto novero. Se poi pensiamo che si parla dell'azienda che ha introdotto il primo rosato in bottiglia in Italia, nei remoti anni '40, non si può non guardarla con interesse.
Ma in effetti, a me, più dello sguardo interessa l'assaggio, e quindi domenica ho pescato dalla cantina questo Salice salentino 2002, preparandomi a piangere su una bottiglia che immaginavo ormai sfinita dal lungo invecchiamento.
Diciamo subito che forse qualche annetto di meno avrebbe giovato alla "causa", ma il vino - una volta rinvenuto - non mi ha deluso. Colore rubino con tendenze al granato e profumi di frutti rossi che si mischiano con note speziate, per concludere con un bel finale rotondo. 13° che non deludono, anche e soprattutto se si considera che questo vino, una specie di marchio di fabbrica della cantina, ha un prezzo assolutamente accessibile.
Da provare in futuro il Donna Lisa, una specie di versione "moderna" di questo vino. Anche se temo che deplorerò un uso eccessivo della barrique.

venerdì 7 settembre 2012

Marshall 5010 - stadio di potenza

Fig.1: schema dello stadio di potenza
Dopo un lungo periodo di oblio, torno sulla scena del delitto per completare la mia breve analisi dello schema dell'amplificatore Marshall 5010. Dopo aver scrutato il preamplificatore e il controllo toni con la rete di presence, manca ora solo lo stadio finale di potenza (ci sarebbe anche l'alimentatore, ma si tratta di un semplice alimentatore lineare che necessita di pochi commenti). Lo schema è quello indicato nella Fig.1, ed i valori dei componenti sono indicati di seguito:
  • C17 = 0.22 μF, C18 = 22 μF, C20 = 470 pF, C21 = 100 μF
  • R17 = 10 Ω, R20 = 470 Ω, R21 = 10 kΩ, R22 = 3.9 kΩ, R23 = 4.7 kΩ, R24 = 680 Ω, R25 = 10 Ω, R26 = 2.2 kΩ, R27 = R28 = R29 = 1.5 kΩ, R30 = 10 Ω, R31 = 39 Ω
  • TR2 = TR3 = BC182, TR4 = BC212, TR5 = BC184, TR6 = MJ3001, TR7 = MJ2501
  • ZD1 = 9.1 V
Diamo un’occhiata di massima allo schema: si tratta di un amplificatore reazionato il cui guadagno è fissato dalle resistenze R21 ed R20 e vale 1 + R21/ R20 ≈ 22 (il condensatore C18 limita inferiormente la banda a circa 15 Hz). La polarizzazione della coppia differenziale è garantita da ZD1 e dalla resistenza R23, mentre la coppia push-pull di uscita è polarizzata dal moltiplicatore di VBE dato da TR5, R26 e R27. Le resistenze di qualche decina di Ω in serie alle basi dei transistori di uscita riducono le oscillazioni che si possono instaurare; è una soluzione classica riportata in diverse fonti sugli amplificatori audio. La coppia R17-C17 di uscita, invece, introduce una coppia polo-zero che serve a compensare il polo introdotto dall'impedenza dell’altoparlante. La banda superiore dell’amplificatore è determinata da C20. Prima di procedere con qualche calcolo sul circuito, spendo due parole sulla scelta dei transistori, iniziando da quelli di uscita, che hanno il compito di erogare corrente al carico: la coppia selezionata è una coppia complementare (quindi idealmente colle stesse caratteristiche) di Darlington, progettati per applicazioni audio di potenza. La massima tensione che possono sopportare è 80 V, le massime correnti e dissipazione di potenza sono 10 A e 150 W; siamo ampiamente nei limiti del nostro amplificatore, che lavora con 20 V di alimentazione e circa 4 A al massimo. Per il resto, i BC182 e 184 sono molto simili, e l’utilizzo di quest’ultimo può essere solamente un motivo di costo.

Polarizzazione
Trascuriamo le correnti di base e poniamo VBE ≈ 0.7 V (tranne che per i Darlington di uscita). Ricordando che la base di TR3 è a massa attraverso la resistenza R10 dello stadio di Presence e che l'uscita è tenuta a massa dall'altoparlante, si ottiene la corrente che fluisce nei transistori della coppia differenziale di ingresso:
che polarizza TR4 attraverso R24. Si ha quindi gm3 ≈ 0.047 S, ovvero 1/gm ≈ 20 Ω. Per la polarizzazione dello stadio di uscita, osserviamo il moltiplicatore di VBE già evidenziato: la tensione VCE di TR5 si ottiene osservando che la sua tensione BE forza la corrente in R27, che è la stessa che fluisce in R26. Si ha cioè:
che pare anche un po’ poco per una coppia di Darlington. La corrente di polarizzazione di TR4 diventa
di fatto portata in maggior parte da TR5, visto che le resistenze del moltiplicatore portano circa 0.5 mA. La transconduttanza è gm4 ≈ 0.25 S.
Fig. 2: Schema  semplificato del circuito su segnale
per il calcolo del guadagno di andata
 
Guadagno
Il calcolo del trasferimento ideale è immediato, come già evidenziato poco fa. L'unico problema diventa allora quello di calcolare la larghezza di banda dell'amplificatore ad anello chiuso. Procediamo in modo semplice, trascurando i condensatori di polarizzazione e i componenti reattivi associati agli elementi attivi. Si ha allora un sistema a singolo polo, determinato da C20, che quindi presenta un prodotto guadagno-banda (GBWP) costante.
Calcoliamo quest’ultimo ad anello aperto, ovvero “stacchiamo” la rete di reazione mettendo R21 a massa (teniamoci invece C21 connesso all'uscita, che gioca un ruolo importante) e disegniamo lo schema su segnale, eliminando le resistenze “piccole” e gli elementi superflui (es., gli stadi follower). Per il calcolo della resistenza di collettore di TR4 si può notare come il moltiplicatore di VBE si comporti come una bassa impedenza (sostanzialmente (1 + R26/R27)/gm5). Inoltre, R28 è cortocircuitata dal condensatore C21, connesso al nodo di uscita che segue il collettore di TR4; ne segue che la resistenza vista è sostanzialmente R29 ∥ (R21 + R20) ≈ R29; lo schema risultante è indicato in Fig. 2. Il guadagno a bassa frequenza vale
mentre il polo si trova usando l’approssimazione di Miller:
da cui si ottiene il prodotto guadagno-banda
Fig.3: Trasferimento dello stadio di uscita ottenuto da
simulazione dello schema e dai calcoli indicati.
che darebbe una banda ad anello chiuso di circa 360 kHz. La Fig. 3 mostra il confronto tra questi calcoli e una simulazione completa del comportamento del circuito: la banda reale è lievemente più stretta, ma il risultato è più che soddisfacente. In particolare, notiamo che il trasferimento dello stadio di uscita è piatto in tutto l’intervallo di frequenze di interesse.

Con calma, metterò assieme i vari pezzi dell'analisi dello schema. Chissà, magari a qualcuno potrebbe anche essere utile...

lunedì 3 settembre 2012

GaMi2

Giancarlo sul 1° tiro della GaMi2

Sul 2° tiro

Sul bellissimo 4° tiro

Giancarlo sul 4° tiro
Quarta torre dello Zucco Pesciola
Parete N

Circa due settimane fa, nell'intermezzo tra le vacanze dolomitiche e quelle calabre tento di sfuggire al caldo infernale rifugiandomi presso la parete N dello Zucco Pesciola. L'aria vacanziera si fa sentire e la scelta cade su una via tranquilla, con partenza non proprio mattiniera. La GaMi fu aperta nel 1971 dai fratelli Minozio e Ganassa, ed è un'alternativa molto consigliabile alle frequentatissime vicine Bramani e Gasparotto, soprattutto per il bellissimo penultimo tiro. La via resta un po' bagnata dopo le piogge, particolarmente nei primi due tiri. Anche se non è molto difficile e la chiodatura è buona, fate un po' di attenzione. Per raggiungere l'attacco della via conviene salirne prima una dello zoccolo, la Comune o la Diretta delle guide. Noi abbiamo salito la seconda.
Accesso: raggiungere i pressi del rif. Lecco da Barzio (funivia) o da Ceresole di Valtorta e proseguire risalendo il vallone dei camosci. Dove il sentiero spiana si segue una deviazione sulla destra che raggiunge il fondo del vallone e risale un ghiaione (via di salita per lo zucco Pesciola). All'altezza dello zoccolo traversare a destra fino all'attacco della Comune (scritta alla base); appena prima si vede la linea della Diretta delle guide.
Relazione: come ormai per quasi tutte le vie di questo gruppo, la sistemazione con fittoni resinati ha reso ovvio il percorso. La chiodatura è buona, per cui sono praticamente inutili friend o altro; tutte le soste sono su due fittoni da collegare.
1° tiro Diretta delle guide: risalire il pilastro fino alla sosta. 20m, 4a, 4 fittoni.
2° tiro Diretta delle guide: salire il diedro-fessura a sinistra della sosta fino ad un canale. 35m, 5c, 8 fittoni.
3° tiro Diretta delle guide: ancora nel canale fino alla larga cengia. 30m, 2a, 3 fittoni.
Qui giunti, lasciate perdere le cordate che urlano sul pur bello diedro Bramani e seguite la cengia verso destra, scendete leggermente nel canale puntando al diedro e risalite un masso fino alla sosta di partenza della GaMi2 (scritta).
1° tiro: salire il saltino iniziale e seguire la placca verso destra. 25m, 4c, 5 fittoni.
2° tiro: continuare nel diedro fino alla sosta. 30m, 4c, 6 fittoni.
3° tiro: salire sopra la sosta e spostarsi a sinistra fin sotto la placca verticale. 15m, III+, 1 fittone.
4° tiro: sulla bella e continua placca verticale, che obliqua verso destra per poi uscire verso sinistra alla sosta.  25m, 5c, 9 fittoni.
5° tiro: sopra la sosta a seguire uno spigoletto per attraversare poi una spaccatura e salire alla sosta. 30m, III+, 3 fittoni.
Discesa: raggiungere la cima dello zucco Pesciola e seguire il sentiero di discesa che riporta nel canalone e in breve all'attacco.