domenica 24 febbraio 2013

Vallée d'Aoste DOC Fumin 2006 Cave des onze communes

La mia cantina ospita diverse, per quanto sempre troppo poche, bottiglie della Val d'Aosta, ma la mia attenzione aveva sempre trascurato il Fumin, uno dei vitigni autoctoni della zona; giusto una bottiglia acquistata qualche anno fa aspettava da tempo di essere messa alla prova. Come ormai d'abitudine, l'occasione si presenta con il quasi-abituale invito a pranzo della domenica, anche conoscendo l'amore del mio anfitrione per i vini della Vallée.
Il nome del vino è già un programma e, ancorché legato al colore del grappolo, richiama le note affumicate dovute al legno utilizzato per l'affinamento. Tuttavia il Fumin è sempre stato considerato un vino da taglio e solo di recente ha acquistato una certa importanza; merito della riscoperta dei vitigni autoctoni e dell'intraprendenza di alcuni vignerons della zona di Aymavilles, che ci permettono di assaggiarlo in purezza (la DOC ne prevede almeno l'85%). I sentori che salgono dal bicchiere, di un bel colore violaceo, sanno di frutti rossi e qualche leggera nota speziata. All'assaggio si avvertono subito le note affumicate, che sono poi coperte da sapori più noti di bosco e qualche spezia. Il vino si lascia bere con buona soddisfazione anche se non manca un po' di acidità e ruvidezza, il che - confesso una volta di più - mi pare un carattere tipico di diversi vini della Valle che apprezzo molto e che denota una loro personalità. L'abbondante nevicata che oggi ha imbiancato Bergamo ha certamente contribuito a creare un atmosfera ideale per questo tipo di "esperimenti", che non mancherò di continuare in futuro!

sabato 23 febbraio 2013

Leonora Carrington (1917-2011)

Per una lunga serie di motivi discussi ampiamente in altre sedi e che non è il caso di sviscerare qui, l'arte è stata quasi sempre "roba da uomini". Poche le pittrici - per limitarci a questa forma d'arte - che godono di una certa notorietà oltre la cerchia degli appassionati: Anguissola, Gentileschi (grazie alla recente mostra di Milano), Teerline, Kaufman, Cassatt, Morisot, Kahlo, Lempicka e pochissime altre. Il nome di Leonora Carrington non entrerebbe certamente in questa lista; quantomeno non in Italia, dove le sue opere sono pressoché sconosciute, ed è un peccato. La Carrington infatti - l'ultima dei surrealisti - sviluppa uno stile personale totalmente autonomo e originale fin dall'inizio della sua carriera artistica, stile che si affinerà poi durante il soggiorno messicano grazie all'incontro con la "cultura magica" di quei luoghi. L'inizio del percorso artistico di Leonora si può far risalire al 1936, quando conosce Max Ernst a Londra ed instaura con lui una relazione che durerà pochi anni ma lascerà un segno profondo. La coppia si trasferisce in Provenza dove Leonora scrive e dipinge ed entra in contatto con il gruppo surrealista. Nel 1939 la Francia entra in guerra con la Germania ed Ernst (che è tedesco) viene internato come "straniero non gradito", rilasciato dopo qualche mese e poi internato nuovamente nel 1940: per Leonora, psicologicamente dipendente da Max, è un colpo durissimo che la porta alla soglia della follia. Fugge verso la Spagna con amici e qui viene internata in una clinica per malati di mente, in cui resterà diversi mesi. Poi la fuga negli Stati Uniti e in Messico, dove si ritrovano diversi esuli dall'Europa e dove vivrà fino al 2011.
Per conoscere la figura di Leonora non c'è di meglio, in Italia, del libro di Tiziana Agnati: Leonora Carrington - il surrealismo al femminile, Selene edizioni, 2007. A partire dalla biografia dell'artista, Agnati ricostruisce alcune linee-guida per penetrare nel mondo fantastico di Leonora, analizzando sia l'opera pittorica che letteraria. Nei lavori del periodo surrealista (in senso "classico"; lei sarà surrealista in aeternum) i temi che corrono sottotraccia riguardano il desiderio di una maggiore libertà di espressione artistica (comunque preclusa alle donne anche dentro il movimento, che le relegava al ruolo di "muse"), riconoscibile nella figura del cavallo che popola i quadri, e l'insofferenza per l'ordine sociale, cui alludono gli animali che figurano nei racconti. Più complesso il mondo del periodo messicano, dove le leggende europee si mescolano con quelle native popolando i quadri di personaggi mitologici, uomini, animali e dei che convivono pacificamente. Vera surrealista "al femminile", Leonora continuerà ad indagare il ruolo della donna nella società e a proporre mondi onirici riconducibili all'elemento femminile, al suo "principio" generatore e magico. Ma attenzione; come ogni buon(a) surrealista, naturalmente, anche Leonora lascia molte cose inspiegate e inspiegabili!
Il libro della Agnati, la cui prima edizione è del 1997, contiene il racconto di Leonora Down below, curiosamente definito come "inedito" ignorando l'analoga pubblicazione Giù in fondo, Adelphi, 1988 (1a ed. 1979). È un testo autobiografico del 1943 con una genesi complessa (scritto, disperso, dettato nuovamente e pubblicato) che racconta un punto di svolta nella vita di Leonora: il suo internamento nella clinica per malati di mente in Spagna, la discesa agli inferi della pazzia ed il ritorno. Leonora ricostruisce lo sconvolgimento profondo che le provocò l'internamento di Ernst, la fuga (su una FIAT!) verso la Spagna, mentre comincia a perdere contatto con la realtà e a sostituirla con i fantasmi della mente, realizzando pienamente sul suo corpo l'esperienza surrealista. Nel mondo deformato di Leonora si aggirano individui con malefici poteri che ipnotizzano Madrid e il mondo, che possono essere liberati solo per via metafisica. Se voi foste stati il console inglese e qualcuno vi avesse raccontato con la massima serietà questa storia, cosa avreste pensato? "Quel bravo borghese britannico constatò immediatamente che ero pazza e telefonò ad un medico [...] il quale fu pienamente del suo parere non appena ebbe modo di ascoltare le mie teorie politiche". Dopo aver vagato per un paio di cliniche, Leonora finisce a Santander, dove lotta, graffia, si appende alle sbarre delle finestre a testa in giù, viene legata al letto e ivi lasciata "nelle mie stesse lordure, urina e sudore" per essere poi trattata a base di Cardiazol, un medicinale che provoca convulsioni, largamente usato negli anni '30 contro la schizofrenia sulla base di principi e dati opinabili e di dubbia efficacia, anche se bisogna dire che da un certo punto di vista Leonora è stata fortunata: esso sarà poi sostituito dall'elettroshock!
Nelle pagine del libro seguiamo la mente di Leonora, il suo corpo che diventa il centro del mondo ("Donna, Dio, Cosmo"), la lotta per raggiungere la conoscenza e le torture inflitte dai medicinali fino alla decisione di "trarre fuori da me i personaggi che mi abitavano", inizio della risalita. Ma la vera "guarigione" si ha proprio con la scrittura: "È il terzo giorno che scrivo e pensavo di liberarmene in poche ore; [...] Eppure devo raccontare la mia storia fino in fondo per poter uscire da questa angoscia".
Al periodo messicano appartiene invece Il cornetto acustico, Adelphi, 1984. Sin dall'arrivo in Messico, Leonora ha stretto un sodalizio umano ed artistico con Remedios Varo - altra artista sconosciuta da noi, morta nel 1963 - ed è entrata in contatto con il movimento femminista negli anni '70. Questi temi si ritrovano nel libro, filtrati dall'immaginario dell'infanzia di Leonora popolato di leggende celtiche, a regalarci la storia di Marion, un'indomita - e praticamente sorda - signora 99enne a cui una carissima amica regala un cornetto acustico. Marion apprende di essere destinata ad un ricovero per anziani, la Confraternita del Pozzo di Luce, dove si trasferirà controvoglia e dove l'immaginario celtico esploderà in una storia che richiama Maria Maddalena, il Graal, vescovi e badesse non proprio ortodossi, streghe e divinità dimenticate, fino alla distruzione dell'umanità e alla sua possibilità di rigenerazione attraverso un'unione tra uomini (o meglio, donne) e animali. Racconto sull'amicizia, sulla vecchiaia-saggezza ("della gente sopra i sette e sotto i settant'anni non ci si può fidare se non sono gatti") che compare anche nei suoi quadri più tardi, sulla forza dell'organizzazione tra donne, sul ribaltamento della "verità", il cornetto acustico è anche e soprattutto un libro divertentissimo dove innumerevoli episodi ci consegnano l'immagine di Leonora riflessa in Marion, una donna che ha sempre combattuto gli stereotipi che la società e l'arte hanno tentato di imporle.

Assolutamente da ricercare gli altri libri di Leonora, in inglese o francese.

mercoledì 20 febbraio 2013

Monticolo

Sulla via tetto

Matteo su Ang-bat

Sul 2° tiro della via senza nome

Matteo su Cristiani

Tracciati delle vie. Da destra: Cristiani (arancio), Tetto (rosso),
Ang-bat (verde), senza nome (azzurro)
Parecchie volte avevo guardato la breve parete del Monticolo di Darfo viaggiando sulla SS42 alla volta del Tonale-Adamello, ma il posto veniva sempre scartato a favore del vicino - e certamente più interessante - Rogno. Almeno fino a sabato, quando la consueta caccia di un posto dove muoversi con le temperature non proprio generose ci conduce al cospetto della parete. Ci sono diverse strutture e noi abbiamo puntato al Monticolo propriamente detto; vie brevi di due tiri, difficoltà bassa seppur con passi mai banali e chiodatura nel complesso buona, anche se ci sarebbe bisogno di una controllatina. Posto ideale per un'introduzione all'arrampicata, almeno nel settore dove siamo stati noi, ma con ambiente purtroppo rovinato dalla SS42 che passa vicinissimo.
Accesso: recarsi a Darfo-Boario terme, oltrepassare le terme e seguire le indicazioni per Archeopark. Proseguire quindi sulla stradina fino ad un bivio in corrispondenza di un sottopasso ove si parcheggia (attenzione a non bloccare la strada). Aggirare il prato sulla destra e raggiungere la base della parete poco dopo l'ingresso di una evidente galleria. Scritte alla base un po' consumate.
Relazione: la struttura è poco più di una falesia, quindi una vera e propria relazione non serve; tuttavia qualche chiarimento può essere utile perché lo schizzo riportato sulla guida "Valli bresciane" è assai approssimativo e i tracciati si confondono sul secondo tiro. Friend inutili, ma c'è qualche tratto sprotetto (evitabile) sui tiri facili; portare 10 rinvii. Soste su due spit da collegare. Discesa in doppia dalle vie (basta una calata da 60m).
Via tetto; attacca (l'avreste mai detto?) sotto l'evidente tetto:
1° tiro: paretina iniziale, poi placca e leggero strapiombo in corrispondenza del tetto; sosta all'altezza della cengia mediana; 25m, passo di 6a, 6 spit.
2° tiro: a sinistra si vedono gli spit di Ang-bat; bisogna invece salire tenendosi un poco sulla destra puntando all'evidente strapiombo (tratto facile ma sprotetto). A questo punto si può salire direttamente lo strapiombo (6c?) oppure fare come il sottoscritto e prendere una fessura obliqua verso sinistra che porta alla sosta in comune con Ang-bat; 25m, 4c, 1 spit, 1 chiodo.
Via Ang-bat; appena a sinistra del tetto della via precedente:
1° tiro: sale per placche alla sosta; 25m, 5a, 9 spit.
2° tiro: per placche fino ad un muretto finale più ripido che si supera salendo in obliquo verso destra; 25m, 4a, 4 spit.
Via ?? (senza nome); a sinistra di Ang-bat:
1° tiro: sale per placche alla sosta; 25m, 5a, 8 fittoni, 1 chiodo.
2° tiro: dritto sopra la sosta, poi lievemente a sinistra a prendere una fessura; 25m, 4c, 6 fittoni, 1 chiodo.
Via Cristiani; la prima che si incontra salendo, in corrispondenza di un diedro erboso:
1° tiro: salire il diedro e spostarsi a sinistra su una specie di cengia obliqua (ignorate lo spit sulla placca, che fa parte di Due rane); indi seguire la fila di spit più a destra (quella a sinistra è sempre Due rane) fino alla sosta; 28m, 5a, 6 spit.
2° tiro: la via sale leggermente a sinistra con un lungo tratto facile, ma sprotetto. Conviene invece seguire la fila di spit a destra (Due rane) e salire il bel diedro e la lama successiva. A questo punto si può uscire a destra su Due rane, oppure unire il tratto più bello del tiro originale obliquando a sinistra a prendere l'ultimo spit di Cristiani; da qui si sale il pulpitino finale fino alla sosta; 30m, 5a, 6 spit, 1 chiodo.

Tra Cristiani/Due rane e Tetto ci sono altre due vie che non abbiamo salito. Anche a sinistra dell'ultima via salita c'è qualcosa, anche qui con tracciato da andare a verificare. Sarà per la prossima volta...

domenica 17 febbraio 2013

Prealpi comasche varesine bergamasche

di Silvio Saglio,
CAI-TCI, 1948


Queste righe non possono non iniziare con un doveroso e sentito ringraziamento a Matteo - accanito cacciatore di libri di alpinismo ed enciclopedia vivente delle questioni relative; qui il suo blog - che mi ha regalato questo libro! Dopo il ritrovamento del volume sulle Orobie la mia attenzione di wannabe-bibliofilo si era infatti concentrata, almeno per il lato alpinistico, su questo volume, ed il graditissimo regalo mi ha permesso di completare la panoramica sulle... Orobie, visto che nessuno usa ormai la distinzione originale, basata su differenze geologiche tra le montagne che guardano la Valtellina, con vecchie rocce di origine Paleozoica, e quelle che stanno un po' più a sud, sostanzialmente calcari. In verità il libro si occupa di "prealpi lombarde", dedicando circa 75 pagine a quelle comasche (che arrivano ai Corni di Canzo), 25 a quelle varesine e più di 200 a quelle bergamasche, che partono dallo Zuccone Campelli e finiscono con la Concarena. Escluse le Grigne, già oggetto della guida del 1937, sempre del Saglio, che costituisce ora il prossimo obiettivo (assai meno impegnativo di questi; il libro è reperibile abbastanza facilmente).
Leggere le vecchie guide, scritte in lingua italiana non ancora violentata dall'asineria di ritorno, quelle che parlano di montagne che si è frequentato, di pareti che hanno attirato verso l'alto lo sguardo e i desideri, di uomini più o meno conosciuti di cui resta forse un nome su un torrione o un bivacco, le cui linee sono cancellate per farne falesie da oranghi è un'esperienza assai appagante, che nulla ha a che fare con la lettura delle guide più recenti, che sono e restano dei pur utili elenchi di tracciati: si scoprono nomi, personaggi, storie, si allarga il perimetro degli interessi. Si scoprono vie e pareti dimenticate, linee di salita da esplorare o solo da sognare. E così è stato per questa guida, che mi ha riservato non poche sorprese.
Non mi soffermo - perché sono zone che non conosco - sulle prealpi varesine, tra cui compaiono delle vie al Poncione di Ganna, al Monte Tre Croci e un accenno al Monte Martica (se qualcuno volesse le poche informazioni riportate, chieda) e passo a quelle comasche, tra le quali spuntano i Denti della vecchia (scusate il calembour) e i Sassi Palazzi. Anche queste zone mi sono estranee e non ho un riferimento recente con cui verificare le condizioni delle vie indicate, ma quel che si trova sembra interessante e sarà il caso di dargli un'occhiata con un po' più di caldo. Segnalo solo che la guida riporta - tra le altre - una Comici-Calvi del 1935 alla N della Torre dei Gemelli o Sasso Piccolo, via che è abbastanza nota ai frequentatori ma che io ignoravo completamente. Curiosamente, il riferimento bibliografico indicato a p.49 è incompleto e mi tocca ricorrere ancora a Matteo che risolve la questione: Emilio Comici, Alpinismo eroico, Hoepli, 1942.
Da notare anche la dimenticanza del Corno Rat con la via Dall'Oro del 1940, mentre non mancano numerose vie ai Corni di Canzo, altra zona da esplorare.
Veniamo così al corpus delle prealpi bergamasche. Evidenzio di seguito le vie riportate nella guida e che si possono considerare "dimenticate" dalla letteratura successiva, trascurando però (per pigrizia) le cime più "popolate" di vie alpinistiche come Resegone (oltremodo simpatica la salita per il "buco della Carlotta" che oggi evocherebbe significati irriverenti), Presolana e Concarena. Poi ci sarebbero le vie dimenticate anche dallo stesso Saglio, ma qui la faccenda si fa complicata...
- Corna Camozzera: SO, Esposito-Neri-Butta, 1940, VI
- Monte Spedone: SO, Longoni-Corti, 1936, VI - Cattaneo-Corti, 1933, VI - Esposito-Colombo, 1942, VI
- Torrione del Cancervo: Fracassi-Colombo, 1940, III
- Corna Piana: NE, Corio-Casari, 1927, III - NO, Corio-Casari, 1930, III
- Pizzo Arera: N, Corio-Rigoli-Cortinovis, 1931, IV - NE, Cesareni-Solimbergo, 1929, III
- Cima di Valmora: N, Corio-Carminati, 1929, IV
- Cima del Fop: N, Caccia-Corio-Previtali, III - NE, Locatelli-Carenini-Biffi, 1913, III
- Monte Secco: NE, Corio-Cortinovis, 1931, III
- Cima di Menna: O, Giulio-Prandi-Calvi-Rossini-Rovetta-Poloni, 1941, III
- Monte Alben: N, Maurizio-Ferrari, 1947, III - N, G. e F. Ferrari-Carrara, sd, V - itinerari vari sul Bottiglione, oggi riattrezzati a spit
- Corna delle quattro matte: O, Caccia-Piccardi, 1932, IV - O, Giaccone-Giulio, 1935, IV - N, G. e I. Longo-Giulio-Tacchini, 1934, VI
- Cima di Baione: NO, Vinante-Cacciamognaga-Enriconi, 1934, V - N del Torrione, Basili-Longoni, 1937, IV
- Cimone della Bagozza: NO, Bramani-Gasparotto-Camplani, 1930, IV - NNE, Bramani-Forgiarini-Alessio, 1931, IV - La Cassin la ometto perché non si può certo chiamare "dimenticata" - NO alla Torre Nino, Bramani-Castiglioni-Bonazzi-Forgiarini, 1930, III
- Monte di Vai Piane: nessuna via, ma Saglio riferisce: "la cima è stata tentata con esito disgraziato dal versante N". Qualcuno ha qualche notizia in più? Dovrò chiedere ancora all'esperto...
- Cime di Varicla: creste, Giannantonj-Coppellotti, 1908, III - O, Giannantonj-Dall'Era, 1932, III
- Corna delle Pale: NE, Bramani-Fasana-Campani-Sala, 1930, IV
- Corna Clem del Monte Erbanno: SO, Giannantonj-Coppellotti, 1911, IV. Saglio poi dice: "La verticale parete SE non è stata ancora salita". Nessun local ha notizie più aggiornate?

Una nota finale sui gradi, che paiono decisamente da prendere con le pinze, anche quando sono "bassi". Già in "88 immagini per arrampicare" i III diventano IV, i IV sono IV+ e così via, ma le cose non convincono del tutto. A titolo di esempio, riporto alcuni estratti da relazioni che sulla carta sono poco più di passeggiate:
[...] Si attacca il canaletto con un passaggi di spalla e, con l'aiuto di alcuni chiodi, se ne percorre il bordo di sin. fino allo strapiombo a forma di tetto. Si vince lo strapiombo con l'aiuto di un chiodo e, innalzandosi su di esso con il solo uso delle braccia, si mette piede su una cengia.[...] (N del Pizzo Arera, Corio-Rigoli-Cortinovis, 1931, IV)
[...] Si attraversa a d. con leggera salita per circa 2m, si supera un masso sporgente, ci si alza il più possibile e, usufruendo di una scaglia di roccia situata a sin., con manovra di corda, si riesce al disopra del tetto [...] (Spigolo O della Corna delle quattro matte, Giaccone-Giulio, 1935, IV)
Ben tre copie della guida (le ho poi regalate, non
fatemi "proposte"...)
Postilla successiva: Siccome i libri (come il denaro e le donne, dice qualcuno) si trovano più facilmente quando già si hanno, trovai in seguito altre copie di questo libro, che poi presero altre strade.

martedì 12 febbraio 2013

Turasi DOCG 1999 Perillo

Devo aver già detto svariate volte che il vino del sud che preferisco è l'Aglianico, specialmente nella declinazione del Taurasi, ma devo confessare di non conoscere molti produttori e di "accontentarmi" (si fa per dire; si tratta di uno dei migliori vini italiani!) del Radici di Mastroberardino. Un bel po' di anni fa, qualcuno (ma chi?? Credevo di avere ancora un po' di tempo prima che la memoria degenerasse...) mi suggerì di assaggiare la versione di Perillo, di cui poi ho avuto modo di sentir parlare ancora: acquistata la bottiglia, la misi in cantina un congruo numero di anni fino alla recente emersione. Dico subito che mi aspettavo qualcosa di più, o forse avevo solamente delle aspettative superiori a quanto era lecito attendersi da un'annata che non veniva spacciata come une delle migliori; fatto sta che non sono rimasto completamente convinto.
Intendiamoci, parliamo comunque - secondo me - di un buon vino con caratteristiche interessanti; i bei sentori di frutti rossi e neri, le spezie ed il cuoio, la fattura "pulita"... tutto al posto giusto, ma non convince fino in fondo; c'è una specie di mancanza di equilibrio, qualcosa non risolto del tutto. O forse ero io che mi trovavo banalmente in una "giornata no"; chi lo sa?
Diciamo che per il momento sospendo il giudizio e mi fido di chi mi assicura che la produzione di Perillo è andata costantemente migliorando - appena possibile andrò a verificare con una bottiglia più recente!

domenica 10 febbraio 2013

El frend del trii e mes

Panorama sul lago

Giancarlo alla 1a sosta

Sulla fessura del 4° tiro

Il socio si mette "in posa" sul 4° tiro...

Arte moderna con le corde sul 5° tiro

Al rif. Piazza

Tracciato della via (rosso). In azzurro la
via delle poiane.
Monte S. Martino
Parete O


Mettiamo che un giorno vi venga voglia di andare a fare una vietta un po' "esplorativa", lontana dai conforti e dalle certezze di vie chiodate in stile falesia e su roccia perfetta, ma - siccome siete un po' conigli come il sottoscritto - vogliate propendere per gradi assolutamente non difficili. Bene: una possibilità è dare un'occhiata alla parete O del Monte S. Martino, appena dietro la città di Lecco, nella zona dei Pizzetti. Qui corrono alcune vie più o meno dimenticate, tra cui la nostra destinazione. Se sono dimenticate ci sarà un motivo, direte voi. E infatti c'è, e più d'uno: la via alterna tratti su roccia ottima ad altri immersi nei rovi, con l'aggiunta di alcuni passaggi su roccia friabile, soprattutto nei primi tiri che corrono appena sopra il sentiero. Noi abbiamo - a volte volontariamente, a volte... un po' meno - "ripulito" qualcosa, ma temo che volendo completare l'opera sarebbe necessario asportare buona parte della montagna. Meglio la seconda parte della via, anche se non mancano austeri e precari macigni che ammiccano da distanza ravvicinata. Insomma, una via che richiede un minimo di esperienza su terreno. Bellissimo il panorama lungo tutto il percorso.
Accesso: a Lecco percorrere tutto viale Turati; in fondo (chiesa) girare e destra e subito a sinistra in via S. Stefano. Proseguire fino ad una curva ad angolo retto a sinistra dove si può parcheggiare sotto un segnavia CAI che indica il sentiero che ci interessa. Dopo 40m si supera un cancello a destra e si segue il sentiero n.53 verso il Rif. Piazza. Il bel sentiero aggira un primo sperone salendo alla sua destra, supera un punto panoramico e continua a salire con bellissima vista sul lago fino ad un bivio. Seguire a sinistra (tratti con catene) fino ad un'evidente panchina. Qui parte la via delle poiane, dalle caratteristiche simili, ma forse più frequentata, visto che vi sono pure - incredibile!! - degli spit). Appena più avanti c'è una leggera discesa al termine della quale si risale per rovi fino ad un albero dove parte la via (chiodo rosso ben evidente); circa 30'.
Relazione: la via supera un primo salto di rocce rotte sotto cui passa il sentiero (attenzione!!), si sposta a sinistra e risale uno sperone con roccia migliore. Pochi chiodi sui tiri, ma posizionati in modo logico sui passaggi più impegnativi; utili friend (tra cui il famoso 3,5, che la BD non fabbrica più da tempo, per la fessura del 4° tiro, che in realtà è un passo che si protegge con un BD1 o 2 appena sotto). Tutte le soste tranne una sono su albero: portarsi i cordini necessari. Qui trovate la relazione degli apritori.
1° tiro: salire in corrispondenza del chiodo, poi a sinistra fino ad un saltino finale su roccia malsicura (ch.); 10m, passo iniziale di V- (più facile se siete alti); due chiodi. Nell'uscire dal tiro un macigno dall'aspetto solidissimo mi è rimasto tra le braccia manco fosse un'avvenente fanciulla e ho dovuto fare miracoli per non rotolarci a valle insieme e sistemarlo poi fuori pericolo (anche per chi dovesse ripetere).
2° tiro: a destra per una placchetta, poi salire 1m fino ad un chiodo in un diedro. Non salire l'invitante diedro ma spostarsi ancora a destra fino ad un chiodo poco prima di un alberello, dove si sale e si prosegue per rovi fino ad un albero di sosta. Attenzione ai sassi mobili; 20m, IV+, tre chiodi.
3° tiro: salire le rocce rotte sopra la sosta, fare molta attenzione quando si esce dal vago diedrino e proseguire fino ad un albero dove ricomincia la parete rocciosa; 20m, III+. Durante il tiro, Giancarlo ha appoggiato un piede su un blocco di dimensioni preoccupanti che ha colto l'occasione per farmi una visita, passandomi ad un metro, per fortuna senza far danni a persone o cose.
Dalla sosta, portarsi nel canale friabile a sinistra procedendo tra rovi e raggiungere un albero in corrispondenza di uno sperone roccioso dopo circa 20m; in alto si vede il (breve) passaggio della fessura.
4 tiro: salire lo sperone, superare la breve fessura oltre il quale le difficoltà calano e raggiungere un albero con cordino (poco utilizzabile). Da qui portarsi sul lato destro del canale di rocce rotte e salire la bella placca fino ad un albero di sosta; 40m, IV+, III, IV-. Roccia buona, ma attenzione ai sassi mobili ai lati della via e vicino alla sosta.
5° tiro: portarsi verso la parete a sinistra dove si vede una fessura con sassi (mobili!), risalirla e uscire su bella placca (forse sarebbe meglio salire direttamente sulle placche) fino ad un ripiano (vecchio cordone su spuntone). Salire ancora la bella placca fessurata fino ad un cordino in clessidra dove si sosta (nelle vicinanze due altre clessidre per rinforzare la sosta); 35m, IV; un cordone su spuntone.
6° tiro: dritti sopra la sosta (passo di V fino al ch.), poi le difficoltà scemano e si prosegue salendo una breve paretina oltre cui c'è un albero per la sosta; 30m, V, IV, III; due chiodi.
A questo punto si può salire per il canale "ravanoso" sulla destra come da relazione originale oppure salire l'ultima paretina una ventina di metri davanti a voi. In questo caso raggiungetela spostandovi un poco a sinistra fino ad identificare un vecchio chiodo rossastro a 3m da terra sotto ad un diedrino obliquo verso sinistra (altro ch. d'anteguerra visibile). Chi avesse notizia degli apritori mi faccia sapere...
7° tiro: salire al chiodo e puntare al diedrino. Per il secondo chiodo serve un cordino (meglio kevlar) singolo da annodare, perché l'occhiello è troppo piccolo per i cordini doppi (o almeno, per quelli che avevo io). Dopo un po' di tentativi con annessa lunga serie di improperi, ho rinunciato (la roccia nel diedrino non appare così ottima da uscire senza protezioni), mi sono abbassato di qualche metro spostandomi poi a destra fino ad una lama da dove si sale agevolmente fino all'ennesima, ultima pianta; 25m, V, IV; un chiodo (due se salite nel diedrino; da verificare la tenuta del secondo...).
Discesa: risalire il canale friabile finché si incrocia un sentiero che si segue verso sinistra giungendo al rif. Piazza. Da qui si riprende il n.53 che riporta alla partenza e poi a Lecco.
Via non difficile, ma che richiede un minimo di esperienza su terreno non ideale (per quanto, visti i macigni che abbiamo sganciato noi, ci sarebbe da dubitare della nostra "esperienza"...). Dimenticato questo, e i passaggi nei rovi (ve ne ricorderete alla fine...), la via offre dei bei tratti e può essere un diversivo per una giornata un po' diversa dalle solite vie invernali in Antimedale o dintorni. Sconsiglierei le stagioni più calde per il banale motivo legato alla frequentazione del sentiero sottostante.