sabato 29 giugno 2013

L'artilafo

Via S. Martino, 33
Pisa


Il dovere questa volta mi chiama a Pisa, a far parte della commissione di Dottorato; un'opportunità che avrei gradito maggiormente se non avessi ancora la caviglia dolente a distanza di due mesi dal mio infortunio. Per fortuna, anche se le mie possibilità di visitare la città si sono drasticamente ridotte, lo stesso non si può dire per la visita gastronomica: il local Giuseppe (ma lui ci tiene alla sua "livornesità") ci conduce in questo ristorante/osteria del centro, in una via poco lontano dall'Arno, dove ci accomodiamo in un bel dehor con pochi tavoli, attraversando un paio di salette (poco attraenti visto il clima) arredate (forse un po' troppo) in stile "una volta".
Lista non molto ampia e prevalentemente "di terra", ma con qualche incursione verso il vicino Tirreno. L'antipasto con finocchiona e fichi apre decisamente bene la serata, che si stabilizza poi su piatti buoni anche se non memorabili; diciamo delle oneste interpretazioni. La mia scelta per il primo cade su dei maltagliati al guanciale e pecorino seguiti da un agnello al forno. Niente da dire sugli ingredienti e sulla cottura, ma diciamo che mancava un pizzico di fantasia, che dovrebbe essere invece una caratteristica del locale. Anche il dolce, un flan al cioccolato bianco, è passato via più o meno senza infamia e senza lodo (i pisani mi perdoneranno la citazione fiorentina).
Manca una carta dei vini, il che è un fatto piuttosto strano. Vero è che il proprietario conosce a memoria la sua cantina e dopo un primo scambio di idee ne emerge con 4 o 5 bottiglie tra cui si consuma la selezione finale. Nel nostro caso avevo ovviamente chiesto qualcosa della zona, meglio se niente barrique, e mi sono poi fatto tentare da un buon Colorino in purezza (quando mai lo trovo dalle mie parti?) - abbinamento soddisfacente per il cibo.
Dopo cena la serata prosegue con una passeggiata (io cammino come il gobbo di Notre Dame, ma resisto) nel centro, tra turisti e studenti in odor di vacanza. Un vero peccato chiudersi in un'aula a fare esami...

sabato 8 giugno 2013

Senso

di Camillo Boito
L'Unità, Roma, 1993 (1a ed. 1883 nella raccolta Storielle vane)

Mi piaceva in quell'uomo la stessa viltà. [...] Che cosa mi doveva importare dell'eroe? Anzi la perfetta virtù mi sarebbe parsa scipita e sprezzabile al paragone de' suoi vizii; la sua mancanza di fede, di onestà, di delicatezza, di ritegno mi sembrava il segno di una vigoria arcana, ma potente, sotto alla quale ero lieta, ero orgogliosa di piegarmi da schiava. Quanto più il suo cuore appariva basso, tanto più il suo corpo splendeva bello.
Il volumetto contiene cinque racconti di Boito, tutti dimenticati tranne quello che dà il titolo alla raccolta, e più per merito di Luchino Visconti che dello stesso Boito. La trama è sufficientemente nota perché io possa raccontarla senza troppi problemi: in breve, la contessa Livia si innamora di Remigio, un ufficiale austriaco interessato più che altro ai suoi denari. Quando, dopo averlo aiutato ad "imboscarsi" per evitare di partire per il fronte, scoprirà la verità, lo denuncerà facendolo fucilare. I due protagonisti sono ben delineati e sono tutt'altro che positivi: fredda, orgogliosa ed egoista lei, sposatasi giovanissima per interesse ad un uomo di 40 anni più vecchio; cinico e profittatore lui. Ma mentre Remigio (ma non c'era un nome migliore?) è costantemente se stesso, ipocrita e calcolatore, Livia ha il merito o la colpa di oscillare tra sentimenti che non è poi in grado di capire, tra la passione per Remigio (che pur non si può dire amore, che non conosce) e il disinganno (che si tramuta in atroce vendetta). Unico personaggio positivo - che infatti entra in scena abbracciando i figlioli mentre Livia se ne scosta; Boito usa i dettagli in modo molto intelligente - è il generale Hauptmann, che tenterà invano di dissuadere la contessa dal suo proposito.
Il racconto è scritto sotto forma di memoriale dalla stessa Livia sedici anni dopo i fatti, quasi a volersi sgravare dall'inquietudine (non certo dal rimorso); quest'espediente consente a Boito di "limitarsi ai fatti" senza indugiare in esplicite prese di posizione politica o morale, che restano confinate nei dettagli (l'ufficiale boemo che sputa in faccia a Livia, i commenti sul giovane respinto e arruolatosi nell'esercito piemontese,...).

Leggendo il libro, però, non potevo fare a meno di ripensare alla vicenda sotto un altro punto di vista, che certamente non è quello di Boito: Livia mi appariva incarnare perfettamente lo stile di vita della borghesia del suo tempo, sposatasi per interesse, "libera" di avere un amante purché fosse salvato l'aspetto formale del matrimonio, disinteressata a quanto accade oltre se stessa. Remigio invece lo vedevo come un "cane sciolto" che sta al di fuori di questa società cercando di cavarne il più possibile; una specie di "parassita" o, se proprio proprio vogliamo, uno "spirito libero" molto sui generis (se ne possono trovare altri nella letteratura e nel cinema). La relazione tra i due, con Livia che via via si figura un Remigio diverso da com'è (lo pensa in guerra a fare il suo dovere ed innamorato e riconoscente verso di lei), è il tentativo di integrarlo nel suo mondo, dove i denari impongono almeno la riconoscenza formale (e Livia lo sa bene, visto il suo matrimonio - a cui comunque non rinuncerebbe mai). Il finale, constatata l'impossibilità di ricondurre Remigio entro le regole del gioco, è più che mai ovvio (poi c'è anche una sfumatura moralistica, per cui questo tipo di relazioni finiscono sempre in tragedia nell'Ottocento - ancora la forma che deve trionfare)!
Proseguendo su questa strada, ci sarebbe qui da discutere del bellissimo film di Luchino Visconti, che re-inventa la novella di Boito spostando l'enfasi sull'incapacità della società del tempo di confrontarsi con la Storia (ma Visconti parlava sempre del presente, e lo avevano capito bene quelli che lo boicottarono al festival di Venezia); mi limito invece a due parole sugli altri quattro racconti, tutti poco interessanti e convenzionali, cogli uomini rinchiusi nel loro ruolo borghese e le donne più disponibili a donarsi (Macchia grigia, Meno di un giorno), ma con la trama vincolata dalla ferrea moralità di facciata dell'epoca. Pollice verso per Il demonio muto, per il solo fatto che si racconta di una chitarra che finisce sul rogo!

sabato 1 giugno 2013

Guide alpinistiche della Presolana

Poi comunque possiamo divertirci e arrampicare tranquilli su queste grandi pareti dolomitiche stupendoci per non averne mai sentito parlare e con poca voglia di parlarne troppo (A. Savonitto, scalate scelte nel bergamasco)
Un mese fa ho rimediato una seria distorsione ad una caviglia durante un'uscita in Grignetta e le mie tragicommedie pseudo-alpinistiche sono sospese fino a nuovo ordine; non mi resta quindi che fare incetta di amuleti per evocare il maltempo così da non avere troppa nostalgia e dedicarmi nel contempo alla "montagna cartacea". Poiché però mantengo fede al sano precetto che mi fa fuggire come la peste la "letteratura" (si fa per dire) di montagna, insulsa e sgrammaticata, non mi restano che le guide, dove, nell'attesa di iniziare la "serie" relativa alle Grigne, ho completato quelle della Presolana. Operazione invero non difficile perché le guide completamente dedicate alla "regina delle Orobie" sono ad oggi solo un paio e si sente decisamente il bisogno di un'edizione aggiornata.
Il massiccio della Presolana di Walter Tomasi, Montagna viva, Bergamo, 1987 è ad oggi la monografia più completa delle vie alpinistiche in Presolana, erede della guida Monti d'Italia sulle Prealpi comasche, varesine, bergamasche che già nel lontano 1948 dedicava alla Presolana quasi una cinquantina di pagine con 46 vie (escluse le quattro matte e la Corna relativa). 104 itinerari con relazione e indicazione fotografica del tracciato, 26 schizzi di vie. Unico, e non del tutto trascurabile, neo: la precisione (stendiamo piamente un velo, anzi un sudario, sull'allora presidente del CAI BG che elogia l'incomiabile autore). La maggior parte delle relazioni sono riprese dagli annuari del CAI BG o dalle relazioni dei salitori e solo talvolta le informazioni vengono da ripetizioni dirette delle vie; se poi teniamo in debito conto i decenni che sono passati ci possiamo fare un'idea abbastanza precisa della situazione, soprattutto per le vie che vantano pochissime ripetizioni.
Di qualche anno più tardi è il secondo libro dedicato alla Presolana, lo spit sulla luna di Alessandro Ruggeri, Ferrari, Clusone (BG), 1993. In una cinquantina di pagine sono riportati 40 itinerari sia classici che moderni con 31 schizzi (non sempre corrispondenti alle vie indicate), quasi tutti più recenti rispetto alla guida di Tomasi. I due volumi quindi si integrano senza troppa sovrapposizione, ma a vedere i tracciati delle vie nasce il dubbio o la quasi-certezza che le linee di salita più recenti abbiano purtroppo coperto itinerari già percorsi (basta pensare al dedalo di vie dello spigolo sud: che ne è della Farina-Benigni o della Seghezzi-Rocca?); situazione che è poi ulteriormente peggiorata con il moltiplicarsi delle vie moderne a spit.
Per quanto riguarda queste ultime, il riferimento ad oggi più completo non può essere che Valli bergamasche - falesie e vie moderne di Yuri Parimbelli e Maurizio Panseri, Versante sud, Milano, 2009: una guida ben più generale rispetto alla Presolana, per la quale però gli autori non nascondono la loro passione e a cui dedicano quasi 60 pagine con una cinquantina di vie (esclusi i monotiri), con fotografie dei tracciati e schizzi delle vie che completano l'opera, nel classico formato di questa casa editrice. Nonostante molte vie classiche non siano riportate (qualche tracciato è indicato nelle fotografie), non fatevi trarre in inganno dal titolo e dalla difficoltà indicata colla scala francese: controllate bene la proteggibilità (scala Oviglia-Svab-Tondini) e vi accorgerete di non essere propriamente in falesia.
Il libro appena citato, solo parzialmente dedicato alla Presolana, mi dà l'occasione di ricordare un'ultima opera di analogo carattere, ma ben precedente: Scalate scelte nel bergamasco di Andrea Savonitto, Melograno, Milano, 1986. Una quarantina (su 160) le pagine dedicate alla Presolana, 24 vie classiche più le falesie vicine al Rif. Albani con schizzi relativi (non sempre chiarissimi). Relazioni affidabili (almeno, le poche su cui posso esprimermi) anche se sono ovviamente da verificare a distanza di anni. Ci sarebbe poi da citare Orobie - 88 immagini per arrampicare di Nino e Santino Calegari e Franco Radici, Bolis, Bergamo, 1985, ma le relazioni ivi riportate (18 vie) mi appaiono riprese dalla guida di Saglio o dagli annuari e il libro mi pare superato dal lavoro di Tomasi.
Chiudo questo breve excursus come l'ho aperto, con una frase pescata dallo stesso libro che non posso non sottoscrivere interamente: certo che una monografia completa della Presolana sarebbe un testo molto importante che renderebbe giustizia ai grandi contenuti sportivi e al potenziale turistico alpino di una montagna bellissima e troppo trascurata.

Chi ha orecchi per intendere...