giovedì 31 luglio 2014

Scoperte e massacri - scritti sull'arte

di Ardengo Soffici
Vallecchi, Firenze, 1995 (1a ed. 1919)

Perché l'Italia, checché possano dirne i pappagalli di terza pagina dei grossi giornali, i sensali mascherati delle riviste illustrate, e i polverosi professori pagati per far da beccamorti ne' musei, non conosce né capisce, e perciò non ama, la modernità.
Il 1919 è un anno importante per l'Italia, alle prese con la metabolizzazione del macello della prima guerra mondiale, vera tabula rasa delle esperienze precedenti: al vivace clima pre-bellico si sostituisce via via il richiamo all'ordine e di lì a poco le squadracce precipiteranno il Paese nel gorgo autoritario. Soffici segue la stessa china: da intellettuale "non-allineato", critico d'arte ribelle e avanguardista, si trasforma via via in intellettuale organico al fascismo (del resto il suo Lemmonio Boreo del 1912 prefigura già lo squadrismo nero). In mezzo c'è questo libro, vera e propria sintesi del periodo che sta per chiudersi. Come lo stesso Soffici spiega, si tratta di una selezione di articoli pubblicati su La Voce e Lacerba nel periodo 1908-1915, dopo il ritorno di Soffici da Parigi, dove ha vissuto dal 1900 al 1907 e dove è entrato in contatto con il simbolismo, l'impressionismo e il cubismo. Proprio la coscienza dell'arretramento culturale italiano rispetto a quanto avveniva oltralpe lo spinge a far conoscere questi movimenti, a curare la prima mostra italiana degli impressionisti a Firenze nel 1910, a battersi per uno svecchiamento della provincialissima arte italiana (con la lodevole eccezione dei futuristi, prima criticati e poi lodati da Soffici, che comunque non entrano in questo contesto). Questo il grandissimo merito dell'autore e del libro.
Nella prima parte del libro (le scoperte) spicca il bellissimo saggio su Il Greco (con una simpatica polemica sui letterati e la critica d'arte a cui rispose Croce), per passare a Courbet, Cezanne, Rousseau, senza dimenticare Rosso e Fattori (e con un bel po' di generosità nelle lodi a Ranzoni e alla Gerebzova). Poi il bel capitolo su Boldini (che Soffici non apprezza, ma di cui riconosce la vitalità del dipinto) e i fratelli Savinio, a testimonianza dell'acume critico dell'autore che, dopo aver dedicato un capitolo alle proprie teorie artistiche, passa ai massacri, ovvero alla critica dell'arte (e della critica d'arte) coeva, soprattutto italiana. Qui, non senza ragione, ma con un po' di esagerazione, non si salva nessuno: pittori, scultori e critici vengono bistrattati dagli scritti taglienti di Soffici. E se molti nomi sono oggi scivolati nel dimenticatoio dell'arte, a dimostrazione che gli strali colpivano spessissimo nel segno e che l'Italia era già decaduta a provincia anche dal punto di vista artistico/culturale, sembra quasi incredibile che Soffici trovasse "disgustosa" l'arte di Stuck, "un carnevale in una camera mortuaria" quella di Klimt (l'arte mitteleuropea troverà però una sponda nelle mostre della Secessione romana, dove nel 1913 compare anche una "Sala degli impressionisti francesi"), per non parlare dei Preraffaeliti. Ma così è: l'impeto rinnovatore è tale che non ha mezze misure; o si è dentro l'arte moderna o si è "falsi", "innamorati di mondi morti" come Moreau e Böcklin (e non è da prendersi come complimento romantico), "bestiali", "ignoranti e perniciosi" come i critici italiani. Quindi, nessuna sorpresa nel veder maltrattato Sartorio o il critico d'arte Vittorio Pica (che comunque, dall'alto delle loro posizioni, potevano benissimo infischiarsene); semmai ancora un po' di stupore per le remore su Gauguin e Van Gogh, Sargent e Cassatt (inserita in una bella introduzione sull'arte femminile) e per un paio di giudizi sulla pittura inglese e tedesca (eccessiva "francesizzazione" del nostro?).
Ma la cosa che colpisce di più, come ben evidenziato nell'introduzione, è la scarsa fortuna che questo libro profetico ha avuto nel nostro Paese: invece di diventare "testo sacro" di critica d'arte è stato pressoché dimenticato. Forse la rapidissima marcia dell'arte moderna che - ironia della sorte - già considerava l'impressionismo come arte "classica" quando Soffici scriveva (la recezione del cubismo da noi sarà ben più complicata), forse l'involuzione culturale... fatto sta che dopo una seconda edizione nel 1929 non se ne parlerà più. L'Italia non ama la modernità; parole sante. Ce ne stiamo accorgendo.

mercoledì 23 luglio 2014

Timillero-Thomas

Sul 1° tiro
Teo sul 2° tiro
Sulla lama del 3° tiro
Teo sul 4° tiro
Tracciato della via
Punta della disperazione - Pale di S. Martino
Parete NO

Era un paio d'anni che non tornavo al rifugio Treviso nelle Pale e l'occasione si presenta complice un bidone rifilatomi da un amico (non tutto il male vien per nuocere). Unico inconveniente: la levataccia alle 4.30 che, unita al giudizio non proprio positivo del rifugista, attenua le nostre velleità di tentare una delle vie ai fianchi della Scalet-Bettega al Sass d'Ortiga. Tra una chiacchiera e l'altra si fa tardi e noi alpinisti d'acqua dolce ripieghiamo sulla Punta della disperazione, dove già avevo salito la facile Timillero-Secco. Un'occhiata alla via dei francesi da una parte e a quella delle fessure strapiombanti dall'altra e - in medio stat virtus - si decide per la Timillero-Thomas. Via non banale e roccia ottima; una scelta raccomandata se non si vuole salire fino al Sass d'Ortiga.
Accesso: da Fiera di Primiero si prende la strada per il passo Cereda e poco dopo la deviazione a sinistra per la val Canali. Si prosegue fino al Cant del gal dove si svolta a destra e si sale fino al parcheggio sul lato destro della strada. Da qui si segue il sentiero 707 per il Rif. Treviso, lo si oltrepassa e si sale ripidamente nel bosco verso il vallone delle mughe (segnavia 720 e bolli rossi). Quando la vegetazione si dirada è ben visibile la Punta sulla destra del vallone, che si raggiunge lasciando il sentiero per una traccia verso destra più o meno all'altezza della base della parete. Si segue la parete fino al punto più basso dov'è posto l'attacco (clessidra con cordini visibile in alto, resti di cordini a terra).
Relazione: via non lunga, ma con i primi tre tiri impegnativi (VI obbligato sul 1° tiro). Chiodatura non proprio generosa che richiede friend medi per integrare, specialmente nel terzo tiro, dove comunque uno spit protegge il delicato spostamento verso destra. Roccia ottima; portare cordini per clessidre e spuntoni.
1° tiro: salire puntando ad una nicchia da cui si traversa a sinistra salendo verso la clessidra con cordino. La nicchia può anche essere superata sulla destra per attraversare subito dopo verso sinistra; in questo caso allungate la protezione per evitare seri problemi di attrito. Dalla clessidra si sale lievemente verso destra per uscire poi sulla sinistra in cima ad un pulpito dove si sosta; 30m, V+, VI; 2 chiodi (uno con cordino; un terzo è poco sopra la nicchia sulla destra), 1 cordino in clessidra, 1 spit. Sosta su due spit con catena ed anello di calata; poco sopra i chiodi vecchi di sosta. Tiro-chiave della via, di buona continuità.
2° tiro: risalire la fessura obliqua verso destra fino a portarsi sotto un breve camino nerastro che si risale per uscire ancora verso destra. Si sale poi in obliquo ignorando una vecchia sosta sulla sinistra, si supera un saltino con masso incastrato e si giunge alla sosta (della via dei francesi) su cengia; 45m, V, V+, IV; 4 chiodi (uno con cordino), una sosta intermedia (3 chiodi). Sosta su due spit con catena e anello di calata.
3° tiro: NON seguire i chiodi che salgono il pilastrino a destra della sosta (via dei francesi), ma salire il diedro appena a destra e attraversare verso sinistra sotto il tetto (chiodo) per salire puntando allo spit. Ci si sposta a destra (passo delicato, ma ben protetto dallo spit) e si sale la bellissima lama uscendo su facili rocce che si risalgono verso destra fino ad una grossa nicchia sulla sinistra sotto rocce strapiombanti dove si sosta; 30m, IV+, passo di 6a, V+/VI-, IV; 1 chiodo, 1 spit (e una vecchia sosta con due chiodi a sinistra dello spit). Sosta su due cordoni in clessidra e un chiodo.
4° tiro: salire verso destra e attraversare su rocce nerastre (a volte bagnate) sotto un piccolo tetto, indi risalire fino ad un terrazzino dove si sosta; 25m, V, IV. Sosta da attrezzare su clessidre e spuntoni. In alternativa si può salire direttamente lo strapiombino sopra la sosta; in ogni caso è possibile - anzi consigliabile - allungare il tiro e portarsi su uno dei numerosi terrazzini successivi che orlano la parte alta della via.
5° tiro: salire senza percorso obbligato le facili rocce tenendosi sulla destra della fascia strapiombante e sostare ove possibile (i posti non mancano); 55m, III+. Sosta da attrezzare su clessidre e spuntoni. In alternativa si può piegare verso sinistra e congiungersi colla Timillero-Secco appena sotto lo strapiombo.
6° tiro: salire puntando all'intaglio tra le due cime da cui si attraversa verso destra fino ai cavi della ferrata; 30m, III+. Sosta su anello metallico della via ferrata.
Discesa: si segue la ferrata (esposta!) che corre sui lati sud e ovest del torrione e termina nel canale tra la Punta della disperazione la Torre Clara. Si scende il canale in direzione nord (passi di II+) fino a riportarsi alla base della parete. Lungo la discesa sono presenti degli anelli di calata, ma se li utilizzate fate molta attenzione ai sassi quando recuperate le corde!

lunedì 14 luglio 2014

Trattoria Mirta

Piazza S. Materno, 12
Milano


Dovrei disquisire del Taurasi Radici Mastroberardino e del Vin santo della cantina di Toblino - ben noto il primo e una piacevole novità il secondo - che hanno allietato la cena di domenica sera da Matteo. Poi ci sarebbero anche da spendere un paio di parole su una birra notevolissima... insomma, troppe cose buone in questo periodo attentano con successo al mio (dis)equilibrio etilico! In tutto ciò si è inserito uno dei pranzi che raramente ma periodicamente si organizzano con un paio di ottime amiche (che poi sono anche colleghe, ma è un dettaglio), ed eccoci qui! La scelta è caduta su questa trattoria, dove già una volta eravamo stati respinti dal grande affollamento dell'ora di pranzo (il locale non accetta prenotazioni) e dove stavolta troviamo posto senza problemi grazie all'atmosfera un po' più rilassata che si respira anche a Milano a luglio. Pavimento in graniglia, quadri e disegni alle pareti, piccoli tavolini quadrati con tovagliette di carta: aspetto semplice, ma curato.
Il menù è decisamente interessante e non include alcun piatto di pesce (diversi amici ne farebbero un vanto); spazia tra piatti tipici e invenzione sicché la scelta diventa sempre difficile, soprattutto se vi aspetta un pomeriggio di correzione compiti e non vorreste appisolarvi satolli sulla prima funzione di trasferimento dall'aria improbabile che incontrerete - e sapete che ne incontrerete. Mi sono quindi limitato - si fa per dire - ad un antipasto ed un primo piatto: si inizia con un veramente ottimo prosciutto di pecora che non assaggiavo da secoli e che strappa a noi commensali, felici come bambini, espressioni didascaliche tipo: "Sa proprio di pecora!" e affini amenità. Il pane che lo accompagna è fatto in casa, e si vede! Anche la pasta è fatta in casa ed i cavatelli al ragù di salsiccia sono buoni ancorché semplici. Un'occhiata ai piatti di carpaccio di controfiletto delle amiche (e alle loro espressioni) convince anche riguardo a questa possibilità.
Come al solito non riesco a resistere al dessert e mi lascio tentare da una torta con cioccolato e lavanda: l'abbinamento è interessante, colla lavanda che ammorbidisce il sapore, ma devo confessare che non mi ha convinto del tutto.
Visto quel che mi attendeva nel pomeriggio non ho nemmeno consultato la lista dei vini, così da non dover soffrire per la rinuncia. Sarà un buon motivo per tornarci, magari un sera.

Aggiornamento di ottobre 2016: serata con Salvo from Scotland, tornato a respirare l'aria di Milano per un paio di giorni. Il menù si conferma di qualità e la carta dei vini, non troppo ampia, contiene parecchie cose interessanti. Peccato solo che la scelta del commensale di cui sopra sia un po' troppo "legnosa" per i miei gusti.

lunedì 7 luglio 2014

Un pensiero per Amos

Partenza della via
Sul 2° tiro
Matteo sul passo-chiave del 2° tiro
Sul 4° tiro
In vetta
Presolana occidentale
parete S


Ritorno alla Presolana dopo due annetti con un misto di timore e determinazione, ma sempre con felicità. Lei ci accoglie un po' diffidente, si avvolge nelle nebbie non appena superiamo la Cassinelli, ci sottopone al rituale della lunga anticamera per superare il ghiaione, ma lascia cadere sparuti raggi di sole di incoraggiamento che noi trepidamente raccogliamo. La grotta delle farfalle è umida, noi madidi di sudore, le dita gelate, il muretto iniziale ingentilito solo dai primi due spit. Ma quando la circolazione riprende e i movimenti si fanno più fluidi la salita diviene un'emozione dopo l'altra, la roccia un susseguirsi di complici buchetti sempre al posto giusto. Cinque tiri, è già finita; possibile scappare via in corda doppia così? Noi ci regaliamo ancora un po' di piacere: saliamo in vetta per la facile cresta, ammiriamo lembi di panorama tra le nebbie e centelliniamo la discesa per la via normale.
Accesso: appena prima del passo della Presolana parcheggiare a destra nei pressi dell'Hotel Spampatti e seguire la strada di fronte, seguendo subito il sentiero a destra (indicazioni per baita Cassinelli), che sale nel bosco e si congiunge con quello che si prende parcheggiando qualche centinaio di metri più avanti sulla sinistra, in corrispondenza di una chiesetta. Superare la malga Cassinelli e risalire il ghiaione (segnavia 315 per il bivacco Città di Clusone e Grotta dei Pagani), oltrepassare il bivacco e la cappella Savina e proseguire. Ignorare una traccia che sale al primo ghiaione (porta al torrione Scandella) e risalire il secondo fino alla grotta dei Pagani, dove folte e - ahimè - chiassose comitive si preparano per la salita alla Presolana lungo la via normale. Salire qualche decina di metri della via normale (bolli rossi) fino all'evidente grotta e portarsi al bordo sinistro (scritta).
Relazione: via da non perdere, di grande soddisfazione, che regala un'arrampicata tecnica di movimento su placche e muretti di roccia bellissima. Protezioni buone a spit (nelle vicinanze anche qualche chiodo della Bramani-Usellini) che permettono di affrontare i passi-chiave con tranquillità ma che richiedono comunque una discreta confidenza. Difficile integrare con protezioni veloci, ma un paio di friend medio-piccoli si possono forse portare per ogni evenienza. Percorso sempre ovvio e indicato dagli spit; tutte le soste sono su due fix con cordone e (vecchio) moschettone di calata.
1° tiro: salire il muretto a buchi affilatissimi, spostarsi a sinistra a salire ancora lungo il bordo del pilastro, poi spostarsi ancora a sinistra fino alla scomoda sosta (ma non potevano farla qualche metro più sotto?); 30m, 6a, 7 fix.
2° tiro: per placca a raggiungere il primo spit, indi muretto che mena al secondo (passo-chiave), poi per placca più facile fino alla sosta; 20m, passo di 6a+, 5 fix.
3° tiro: salire in verticale, rimontare un blocco dall'aspetto poco rassicurante e proseguire uscendo su rocce rotte. Qui puntare al muro sul lato sinistro dove si sale in corrispondenza di una nicchia fino alla sosta; 30m, 6a (un paio di passi); 8 fix, 1 chiodo.
4° tiro: salire la bellissima placca lavorata da fessure e buchi fino ad una zona più appoggiata, dove si supera un breve salto di roccia e si piega a destra a raggiungere la sosta; 45m, 5c (passi); 7 fix, 1 cordone in clessidra. È il tiro più facile della via, ma ha la chiodatura un po' più distanziata.
5° tiro: ancora per placca a buchi, piegando lievemente verso destra e risalendo gli ultimi metri; 20m, 6a; 6 fix, 1 cordone in clessidra.
Discesa: in doppia dalla via (tutte le soste sono attrezzate), ma è consigliabile proseguire lungo la cresta (un centinaio di metri o meno di II) fino alla vetta della Presolana occidentale per scendere lungo la normale.