mercoledì 23 dicembre 2015

Sette muri (con attacco su Orfeo)

Teo sul 1° tiro.
Sul 2° tiro.
Teo sul 4° tiro.
Sul 5° tiro.
Sul traverso del 9° tiro.
Teo sul 9° tiro.
Teo sul 10° tiro. La corda sulla destra è quella dei
simpatici spaccamontagne.
Parete S. Paolo - Valle del Sarca
Parete SE


Arco, parete S. Paolo. Siamo al secondo tiro della via Orfeo. Andiamo senza fretta – l'allenamento non è al massimo in questi giorni – quando sulla strada sottostante si materializzano due figuri che ci intimano: "Scendete perché tra due ore buttiamo dei sassi sulla via!". L'ipotesi che si tratti di uno scherzo si dilegua quando ci sentiamo ripetere l'incredibile diktat, mentre assaporo l'idea di prevenirli prendendoli prima io a sassate dalla sosta; poi qualche milione di anni di evoluzione umana si fa sentire e mi limito ad inviargli un apprezzamento irriferibile. I bravi di manzoniana memoria, impegnati nell'apertura e pulizia di una via sopra di noi e incuranti del prossimo, si dileguano senz'altra cura: questa via non s'ha da fare!
Che si fa? Dopo breve conciliabolo, stabilito che non c'è possibilità di dialogo e che l'acume (si fa per dire) dei nostri interlocutori (si fa per scherzare) gli impedisce di concepire di stare compiendo una prevaricazione ingiustificabile, decidiamo di cambiare via, approfittando del fatto che una decina di metri sulla destra ne corre un'altra, sottratta alla furia degli spaccamontagne. Il piacere dell'arrampicata ci è stato comunque sottratto dalle scariche di sassi che si sono effettivamente susseguite per tutta la giornata a poco più di una decina di metri da noi.
Ora, la faccenda è senza importanza, ma poiché io sono il solito petulante rompiscatole, vorrei porre alcune questioni: di chi sono le pareti di arrampicata? Chi ha il diritto di scacciare da una via una cordata che la sta percorrendo? Chi apre una via (lavoro meritorio) scaricando materiale non dovrebbe evitare di farlo quando la parete è frequentata? E se proprio si vuole perseguire quest'idea perniciosa, non sarebbe stato non dico educato, che forse è chieder troppo, ma almeno intelligente mettere un avviso alla base della via? Se fossimo stati nascosti dalla vegetazione o se un'altra cordata avesse attaccato la via dopo il passaggio dell'improbabile ronda, cosa sarebbe successo?
Accesso: da Arco si prende la strada che costeggia i Colodri e si raggiunge la cappelletta di fronte al bar-pizzeria La lanterna (parcheggio più avanti sulla strada). Si segue indi il sentiero che sale verso destra, per piegare poco dopo a sinistra per una traccia (ometto) che in breve porta sotto la parete. Si prosegue ora verso sinistra fino all'attacco di "Sette muri" (scritta). Poco dopo si nota una piccola scritta blu "orfeo" con un'altrettanto piccola freccia; si risale il pulpitino (corda fissa) e si giunge in breve all'attacco (ulteriore scritta).
Relazione: la nostra combinazione si rivela abbastanza interessante, unendo i tiri più impegnativi di Orfeo con quelli di Sette muri. Le protezioni sono buone, su fix e cordoni con qualche chiodo, tranne che sul primo tiro di Orfeo, dove sono necessari friend fino al 3BD per proteggere la fessura obliqua. Tutte le soste sono su due fix (uno con anello) tranne ove indicato.
1° tiro (Orfeo): si salgono le facili rocce verso destra per piegare a sinistra su una terrazza. Si sale brevemente e, con uno spostamento delicato verso destra, si guadagna l'inizio di una fessura obliqua verso destra che si segue fino alla sosta. 40m, IV, VI; un fix, quattro cordoni in clessidra.
2° tiro (Orfeo): sopra la sosta a percorrere un bel traverso a sinistra per poi superare un breve muretto e raggiungere la sosta per rocce più facili. 25m, VI-, un fix, un chiodo, cinque cordoni in clessidra.
3° tiro (collegamento): attraversare verso destra in lieve discesa tra la vegetazione fino alla quarta sosta di Sette muri. 15m, II. Da qui in poi abbiamo seguito questa via.
4° tiro: salire fin sotto al tetto e spostarsi verso destra a seguire una fessura inclinata; uscire poi a sinistra e raggiungere la sosta. 25-30m, V+, VI; due fix, un chiodo, due cordoni in clessidra. Sosta su albero con cordone. Tiro molto bello.
5° tiro: a sinistra della sosta a risalire una zona di rocce grigie. 50m, V, V+; tre fix, due chiodi, tre cordoni in clessidra.
6° tiro: a sinistra della sosta a risalire un muretto, per proseguire poi su un pilastro con un passo non banale oltre cui le difficoltà calano. 45m, VI, VI+; cinque fix, due chiodi, tre cordoni in clessidra.
7° tiro: attraversare verso sinistra in lieve discesa, facendo attenzione a non scivolare sulle numerose foglie; 20m, I.
8° tiro: spostarsi a sinistra della sosta restando bassi, superare un breve muretto oltre il quale si prosegue su facile terreno fino alla sosta. 25m, V+, I; due fix, un cordone in clessidra, un cordone incastrato con nodo. Sosta su chiodo e fix con cordone.
9° tiro: finale sportivo della via (con gradazione di conseguenza): si sale il muretto verticale e si supera un lieve strapiombo per iniziare un bel traverso a sinistra fino alla sosta. 25m, 6a+/6b, 6a; cinque fix (tre con cordone penzolante), un cordone in clessidra. Sosta su due fix. Tiro fantastico con un paio di passi obbligati in traverso per giungere all'ultima protezione.
10° tiro: salire tenendo la sinistra fino all'altezza dello spigolo, che si risale giungendo al termine della via. 25m, 5c, 6a; sei fix. Sosta su due fix su due facce del masso di sosta.
Discesa: dalla sosta si segue la traccia verso destra che porta ad una mulattiera da seguire ancora a destra. Ad un evidente bivio conviene prendere la scorciatoia sulla destra (sassi lisciati da secoli di passaggio) che riporta sulla strada ed in breve all'auto.

sabato 5 dicembre 2015

Torta morbida di cioccolato e castagne

È tempo di castagne! Cioè, siamo già abbondantemente oltre, ma dovete fare la tara all'endemico ritardo che affligge i miei già sporadici aggiornamenti. E visto che le mie preferenze dolciarie virano inesorabilmente verso il cioccolato, cosa meglio dell'unione di questi ingredienti per riprendere dimestichezza dopo un po' di tempo? Qui parliamo di una torta morbida, anche se a livello teorico non ho ben capito cosa determini la morbidezza di una base, se la proporzione di uova e zucchero, il modo in cui sono aggiunti gli ingredienti o tutto insieme. Ma non importa; alla fine basta seguire la ricetta! Preparazione banalissima come sempre, ma risultato assicurato.

Ingredienti:
  • castagne: 300-350 g
  • cioccolato fondente: 350 g
  • zucchero: 310 g
  • burro: 180 g
  • farina: 40 g + infarinatura stampo
  • uova: 5
  • aroma di vaniglia (fialetta)
  • sale
Preparazione:
  • togliete la buccia alle castagne, quindi immergetele in acqua bollente per togliere la pellicina;
  • Lessate le castagne per 45' in un pentolino con acqua, la fialetta di vaniglia, un pizzico di sale e 150 g di zucchero. Al termine, lasciate raffreddare. Non mettete troppa acqua una volta che le castagne sono coperte, in modo che si formi uno sciroppo non troppo liquido (Fig. 1);
  • Sciogliete a bagnomaria il cioccolato fondente spezzettato con l'aggiunta di 160 g di burro e altrettanti di zucchero. Lasciate poi raffreddare l'impasto mescolandolo ben bene;
  • rompete le uova e separate tuorli ed albumi. Unite i tuorli e 40 g di farina all'impasto e mescolate;
  • Montate a neve gli albumi con un pizzico di sale ed uniteli all'impasto, amalgamandoli per bene;
  • Imburrate e infarinate lo stampo o rivestitelo di carta da forno, o fate entrambe le cose come me, e versatevi l'impasto. Quindi pescate le castagne dallo sciroppo, sgocciolatele (ma non troppo) ed infilatele nell'impasto (Fig. 2)
  • Cuocete in forno a 180° per 45' circa e fate raffreddare (Fig. 3)
Le castagne fanno un bel contrasto con la morbidezza dell'impasto ed il risultato è assai piacevole, anche se nel mio caso sono risultate un poco durette. Può essere che questo sia dovuto al fatto che le avevo lasciate ad aspettare un poco prima di utilizzarle in questo dolce. La prossima volta aumenterò un poco il tempo di lessatura e riferirò...

Nota: fuori stagione è possibile utilizzare castagne secche. Io ho provato con quelle morbide (non avevo tempo di lasciar rinvenire le altre in acqua) ed il risultato non è stato così diverso rispetto all'uso di castagne fresche. Servono però due accorgimenti: le castagne secche perdono peso, quindi direi di utilizzarne circa 150-200 g. Inoltre, non serve lessarle a lungo. Io ho preparato lo sciroppo alla vaniglia lasciandolo restringere e vi ho immerso le castagne per una decina di minuti circa.

martedì 24 novembre 2015

I quarantanove racconti


di Ernest Hemingway
Einaudi, Torino, 1960 (1a ed. italiana 1947)

— L'amore è un mucchio di merda, — disse Harry. — E io sono il gallo che ci sale sopra per cantare.
— Se devi andartene, — la donna disse, — ti è assolutamente necessario uccidere tutto quello che ti lasci dietro? Voglio dire devi portar via tutto? Uccidere tua moglie e il tuo cavallo, e seppellire la tua sella e la tua corazza?
— Sì, — egli disse. — Il tuo fottuto denaro è stato la mia corazza. La mia lancia e la mia corazza.
Dello scrittore dell'Illinois, premio Nobel per la letteratura nel 1954, avevo letto - con gran soddisfazione - solo Addio alle armi, e forse proprio il fatto che alcuni racconti legati all'esperienza della prima guerra mondiale fossero inclusi tra i Quarantanove racconti mi ha spinto a spolverarne una vecchia edizione, così da vedere Hemingway alle prese con questo genere narrativo.
L'opera raccoglie tutti i racconti scritti tra il 1921 ed il 1938, con diversi temi ricorrenti: safari in Africa, corrida spagnola, prima guerra mondiale, pugilato, pesca e vita di provincia in USA. Su questi temi e su quanto alcuni di essi siano un po' ripugnanti è stato già detto molto, per cui vale la pena di soprassedere. È però notevole il fatto che alcuni dei racconti per me più belli siano situati proprio in ambiti per cui nutro la massima disistima. Il protagonista è colto nel quotidiano, spesso nel suo arrabattarsi per "tirare avanti", spesso uno sconfitto. Lo stile di scrittura (ma siamo in traduzione!) appare semplice, lineare e senza ricercatezze.
Per quanto mi riguarda, l'esito narrativo è alterno; fatto non strano se si guarda l'estensione temporale ed il numero di racconti. La raccolta parte col botto: Breve la vita felice di Francis Macomber è forse il miglior racconto, e gli si può rimproverare solo il titolo, intrigante ma che lascia intuire il finale già a metà strada. Anche il giustamente famoso Le nevi del Chilimangiaro testimonia della bravura di Hemingway: l'agonia di Harry per una cancrena alla gamba durante un safari è l'occasione per narrare del rapporto con la morte, dei compromessi dell'esistenza, della dignità. Questi due racconti (del 1938) sono tra gli ultimi aggiunti alla collezione, ma non è questo il motivo per cui si collocano tra i migliori: basta iniziare infatti La capitale del mondo per sbadigliare aspettando lo scontato finale. La ragione, a mio modestissimo parere, è un'altra: sono i più lunghi! Hemingway ha bisogno di "respiro" per collocare i suoi personaggi nel mondo, dà il meglio (a parte qualche eccezione) quando la trama si dipana senza la tirannia delle pagine. Ed infatti l'altro racconto che mi ero segnato come "buono" durante la lettura è L'invitto, storia di un vecchio torero che rientra nell'arena, storia ancora di dignità, di sconfitta. Anche questo racconto è superiore alle trenta pagine e l'unico che valga la pena leggere tra quelli sulla corrida.
Discretamente soporiferi i racconti con l'alter ego Nick Adams, scene di vita quotidiana in USA che passano senza lasciarmi alcuna impressione, mentre un po' di vivacità in più si ritrova tra i racconti di guerra (alcuni brevissimi sono alternati a mo' di incipit ai precedenti, e ricompare Rinaldi di Addio alle armi); il mio preferito: Breve storia naturale: i morti.
Tra gli altri miei racconti preferiti: Gatto sotto la pioggia, Cinquanta bigliettoni, Le luci del mondoDio vi conservi allegri, miei signori e Omaggio alla Svizzera (la prima parte).

mercoledì 11 novembre 2015

Bergamo-Milano Lambrate: ritardi settembre-ottobre 2015

Ritardi all'arrivo nel bimestre settembre-ottobre 2015 per i
treni 2608 e 10809 nel tragitto Bergamo-Milano Lambrate.
Ritardi all'arrivo nel periodo gennaio-ottobre 2015 per i
treni 2608 e 10809 nel tragitto bergamo-Milano Lambrate.
Ritardo medio e al 90% di probabilità cumulativa per il treno 2608.
Ritardo medio e al 90% per il treno 10809.
Premessa: scrivere con calma dei ritardi dopo averne giusto collezionato un'ora tra andata e ritorno (incapaci!) è veramente difficile.
Di seguito, mostro i risultati delle mie personali rilevazioni dei ritardi quotidiani sulla tratta BG-MI. Come al solito, rimando ai post precedenti aventi la medesima etichetta per le spiegazioni e mi limito a brevi commenti sui dati. Dopo lo scempio del periodo estivo, le cose paiono essere rientrate ai livelli precedenti (il che non implica che questi siano buoni o sufficienti), con - udite, udite - pure qualche piccolo segnale positivo! Partiamo dal treno 10809, quello pomeridiano: per la prima volta dall'inizio dell'anno si supera - seppur di poco - il valore del 70% dei treni che arrivano con un ritardo entro cinque minuti (il valore era sempre intorno al 60-65%).
Anche il treno 2608 del mattino migliora la percentuale di treni che arrivano entro 5' di ritardo, portandola all'86%, mentre il massimo ritardo è di 10', anche questo il miglior valore da inizio anno.
In peggioramento (tralasciando il pessimo periodo estivo, rispetto al quale non era possibile peggiorare ancora senza assistere ad abominevoli fatti di sangue) la "coda" del pomeriggio, ovvero il caso peggiore, che si attesta sui 22'. Non ce la fanno proprio!
L'impatto sulla statistica globale da inizio anno si vede nella seconda figura: valori inaccettabili per qualunque azienda trasporti operante in regime di concorrenza e comunque ben lontani dai valori sbandierati.
Le altre due figure mostrano l'andamento mensile delle distribuzioni di ritardo, espresse dal valore medio e al 90% di probabilità cumulativa. A settembre-ottobre siamo tornati sui valori primaverili, con un lento, lentissimo miglioramento del 10809, mentre il 2608 pare essere più o meno stabile.
Se la mia puntualità a lezione fosse quella di Trenord, probabilmente sarei cacciato dal Politecnico.

sabato 7 novembre 2015

Boga + Camino del Colonnello

Sul 1° tiro della Boga.
Walter sul 2° tiro.
Sul 5° tiro.
Tracciato della via Boga.
Walter sul 1° tiro del Camino.
Sul 2° tiro.
Tracciato della Via del Colonnello.
Torrioni Clerici e Cecilia - Grignetta
Pareti SO e NNO


Dopo aver letto nella guida Saglio di una via aperta al torrione Cecilia da una cordata comprendente Dino Buzzati, mi ero ripromesso di dargli un'occhiata, sfruttando il clima decisamente poco autunnale di queste settimane. Il primo novembre, anniversario dell'apertura, si va, convinti di salire una via facile ma dimenticata e del tutto sprotetta. Con nostra sorpresa, siamo accolti da una fila di fix luccicanti, tanto che impieghiamo un po' di tempo a verificare di essere all'attacco della via giusta. Poi, un po' delusi, un po' rassicurati dalle protezioni, saliamo.
Prima, come preambolo, avevamo salito la via Boga al Clerici, approfittando ancora una volta della cortesia di Ivan passandogli davanti e ricavandone un nuovo servizio fotografico. Devo proprio portargliela, quella famosa bottiglia che gli promisi qualche tempo fa...
Accesso: (Boga al Torrione Clerici): raggiungere il piazzale dei Resinelli, attraversarlo fino alla chiesina e prendere a destra la via Caimi (in salita), seguendola fino al suo termine dove ci sono alcuni posti per parcheggiare (lungo la strada ce ne sono altri, se arrivate tardi). Da qui si prende il sentiero della Direttissima, si supera il caminetto Pagani e la deviazione per il Gruppo del Fungo, raggiungendo il canalone di Val Tesa (indicazioni). Si prosegue ancora e poco dopo si sale a destra per il colle Valsecchi (indicazioni). Dopo un tratto con corde fisse si doppia uno spigolino e ci si trova davanti al Torrione Clerici. Poco prima di raggiungerlo, si nota sulla destra un canale abbastanza largo (ad oggi, decorato da resti di vecchi cavi metallici arrugginiti) che si risale senza percorso obbligato (utili le roccette sulla sinistra). Si supera un ometto sulla crestina di sinistra e poco dopo si attraversa ancora verso sinistra raggiungendo la base della parete dove è l'attacco della via (un fittone ed un chiodo). Poco più di un'oretta.
Relazione (Via Boga): via molto bella che risale lo spigolo SO con un percorso sempre logico e dalle difficoltà contenute. Passo-chiave ottimamente protetto, tratti facili chiodati più lunghi. Tutte le soste tranne l'ultima sono attrezzate con due fittoni, catena ed anello. Contare un paio d'ore circa. La via è abbastanza frequentata.
1° tiro: salire la paretina e superare un breve tratto in leggero strapiombo per proseguire lungo un canale-diedro da cui si esce a sinistra. 25m, 5a (passo); tre fittoni, quattro chiodi.
2° tiro: salire il pulpitino a sinistra e attaccare la placca, attraversando a destra dopo il secondo fittone per salire ad una cengia. 25m, 4a; due fittoni, cinque chiodi (uno inutile).
3° tiro: salire dritto sopra la sosta lungo l'evidente diedro-canale per uscire su cengia. 35m, 3c; due fittoni, due chiodi.
4° tiro: salire la paretina a destra della sosta e proseguire sulla cresta verso destra fino alla base di un canale. 35m, III.
5° tiro: salire il canale e un tratto di cresta fino alla vetta. 40m, III; un fittone. Sosta su un fittone.
Discesa: spostarsi qualche metro lungo la cresta fino ad un masso con cordini e maglia-rapida. Da qui scendere verso destra (E) cercando il percorso più facile (II). In alternativa è possibile calarsi a corda doppia dallo stesso versante.
Accesso (Camino del Colonnello): si raggiunge il rif. Rosalba. Per noi che uscivamo dalla Boga è stato necessario seguire il sentiero Cecilia (quello su cui si finisce al termine della discesa) verso sinistra, superare il bivio delle Direttissima al colle Valsecchi e quello col sentiero Giorgio al colle Garibaldi (da cui si rientra se seguite il nostro giro) e giungere al rifugio. Da qui, prendere il sentiero pianeggiante che conduce al Campaniletto del rifugio (ressa di cordate), superarlo e salire il canale. Appena prima dell'ultimo salto che porta alla forcella si nota un'evidente cengia sulla destra. La si segue fino alla parete (sosta a fix), salendo poi una decina di metri a sinistra a trovarsi all'imbocco di due fessure, una che sale verso destra e una dritta (la nostra). Fittone alla base, spit sulla destra.
Relazione (Camino del Colonnello): la via risale la fessura-camino con bella arrampicata, mai difficile. La recente chiodatura ha "addomesticato" la via (soprattutto il primo tiro), ma è comunque utile portare un friend medio per proteggere l'uscita del secondo tiro. La roccia è buona a parte una scaglia nel primo tiro. Nella guida Saglio la via è data di III+, in quella Pesci IV; io azzarderei un IV+ nell'uscita del secondo tiro... l'alpinismo degrada di generazione in generazione!!
1° tiro: salire la fessura e proseguire fino ad una grotta dove si sosta. 30m, 4a; 4 fix, 1 fittone, 1 chiodo. Sosta su due fix con maglia-rapida e fittone.
2° tiro: salire il camino fino al tetto, uscire a sinistra con passo delicato in buona esposizione e proseguire per rocce facili fino all'uscita in comune collo spigolo della Crocetta. 25m, IV+; 2 fix. Sosta su due fittoni con catena ed anello.
Discesa: è possibile calarsi in doppia dalla sosta; noi siamo invece rientrati dal percorso canonico: si segue la cresta verso sinistra fino ad una sosta da cui ci si cala fino alla forcella (attenzione ai sassi); da qui si ripercorre il canale fino al rif. Rosalba.

lunedì 2 novembre 2015

Nord America

Corso Gabriele D'Annunzio 149
Cigliano (VC)


Da tempo non abusavo della mia grafomania per raccontare un'osteria o un ristorante, nonostante qualche incontro meritevole non fosse mancato. E il locale migliore per riprendere questa consuetudine non è uno di quei ristoranti presenti nelle guide paludate, coi piatti ai sapori esotici, conditi da essenze e da fragranze, ma un ristorante "verace", dove si mangiano piatti "veri", essenziali e ben cucinati.
L'incontro con il ristorante Nord America avviene per caso, in uno dei pellegrinaggi in cerca di un posto dove concludere con una cena la domenica passata a lisciarsi i polpastrelli sulle pareti di arrampicata. Dopo aver collezionato chiusure per turno, per matrimonio e per altre improbabili motivazioni, ci lasciamo indirizzare da un local che ci pronostica buon cibo e buoni prezzi. E non si sbagliava!
Visto dall'esterno, l'albergo-ristorante è anonimo per non dire bruttino. L'interno diviene già più interessante, coll'atmosfera da ristorante di paese a gestione familiare e la clientela locale. Il servizio è molto cortese, il menù semplice, coi piatti della tradizione piemontese, le porzioni decisamente interessanti! Noi iniziamo con un antipasto di salumi misti per passare poi alla panissa, ovvero riso e fagioli, piatto tipico del vercellese (e non solo) che ci arriva in una teglia di dimensioni invidiabili. Molto semplice e buono.
Restando in tema di cucina locale, cosa meglio di un bollito misto per il secondo? Per me, l'accompagnamento d'obbligo è la salsa verde, ma ce ne sono altre due tra cui scegliere. La carne è decisamente di ottima qualità e anche questo piatto ci regala quelle semplici soddisfazioni della cucina tradizionale. Chiude il tutto il canonico bonet/bunet, un dolce tradizionale piemontese a mo' di budino con amaretti.
L'unica nota negativa della compagnia di commensali è la loro insistenza nell'accompagnare le abbuffate con il vino della casa, un rosso tutto sommato onesto. Ergo, niente commenti sulla cantina e l'abbinamento prescelto. Peccato. Magari si rimedierà al prossimo incontro, al rientro da una scorreria in Piemonte o Val d'Aosta.

martedì 20 ottobre 2015

Via del diedro

Paolino sul 2° tiro.
Sul 3° tiro.
Paolino sul 4° tiro.
Tracciato della via.
Torre di Aimonin - Valle dell'Orco
Diedro SO


Paolino dalla sosta, con aria distratta, mentre io cerco di infilare il friend giusto nella fessura del 3° tiro:
– Ah... ti serve il friend del 3 per proteggere la fessura... ce li ho qua tutti e due io...
– (commenti irriferibili)...

Tra le poche certezze maturate in anni di arrampicata spicca una massima incontrovertibile: mai fidarsi delle proposte di Paolino! Così, quando mi lascio convincere a partire il venerdì sera per la valle dell'Orco per dormire nel furgone ed essere pronti la mattina, sfoggio - per usare l'espressione che proferì una studentessa di fronte all'esame di Elettronica - l'entusiasmo di un Dodo. In programma non può che esserci una delle vie neglette della valle, quelle che nessuno mai ripete (chiedetevi perché!), che però troviamo bagnata sul tratto-chiave del primo tiro. Gran delusione di Paolino, un po' meno del sottoscritto e del resto della compagnia. Si vira allora per la torre di Aimonin, dove l'unica via libera è la via del diedro. Bello tornare dopo tanto tempo in Valle e avere la conferma di essere negati per questo stile di arrampicata!
Accesso: si lascia l'auto nel parcheggio della piazza di Noasca (o appena di là dal fiume) e si prende la strada di fronte che sale verso sinistra, abbandona le case del paese e diviene presto sentiero. Si tiene la destra ad un paio di bivi (indicazioni) e si giunge in una mezz'oretta al cospetto della Torre di Aimonin, nei pressi della partenza delle vie del Pesce d'aprile e dello Spigolo (numerose cordate presenti alla base e lungo le vie). Proseguire verso destra in leggera discesa, costeggiando la parete fino a giungere sotto un evidente diedro dove parte la via.
Relazione: bella via, con percorso logico, nello stile della valle, ovvero quasi interamente da proteggere. Difficoltà non esagerate, ma che richiedono familiarità con le protezioni veloci e con l'arrampicata in fessura; portare friend fino al 3 BD. Le soste (tranne l'ultima) sono attrezzate con due fix, catena ed anello di calata; speriamo che almeno queste non vengano prese a martellate da qualche talebano.
1° tiro: per rocce rotte ed una fessura fino al terrazzo di sosta; 15m, IV+.
2° tiro: a destra della sosta a prendere il diedro (passo iniziale sbilanciante) che si risale per lame e fessure fino al gradino di sosta; 40m, VI-, V+; cinque chiodi.
3° tiro: salire il diedrino sopra la sosta, poi per fessura e breve camino si esce in cima al pilastro; 20m, V, VI, V-; un friend incastrato nel camino.
4° tiro: rimontare il gradino con mugo, portarsi una decina di metri verso destra a prendere una cornice che riporta verso sinistra sotto un diedro obliquo fessurato. Sopra questo si prosegue per placche o sul filo dello spigolo fino ad una pianta dove si sosta; 45m, VI+, IV+; un dado e un friend incastrati, un chiodo. Sosta su cordoni con maglia-rapida.
La via presenta un quinto tiro ormai dimenticato.
Discesa: bastano due calate in corda doppia da poco meno di 60m (sulla via o su una delle soste delle vie alla sinistra). Prima calata dalla 4a sosta alla 2a, seconda calata fino a terra.

venerdì 16 ottobre 2015

Rossese di Dolceacqua DOC Maixei 2013 Coop. Riviera dei fiori

C'è un proverbio che tutti conoscono sull'errare e il perseverare, l'umano e il diabolico. Ora, è certamente vero che l'inferno è popolato di gente ben più interessante che non il paradiso (che dev'essere di una noia... mortale!), ma non sono del tutto sicuro che questo autorizzi il perseverare in alcuni errori, uno in particolare: quello di tardare troppo ad aprire una bottiglia, col risultato di doverne poi gettare il contenuto.
Se questo capita ad una cena chez moi, non c'è problema (a parte il dispiacere per l'occasione sciupata): si scende in cantina e si rimedia; quando capita con una bottiglia che porto ad un ritrovo conviviale da amici, invece, il danno è duplice ed al momento irreparabile.
Per rimediare all'ultima di queste figuracce, orditami da una bottiglia di Rossese di Dolceacqua da cui mi aspettavo grandi cose, mi sono ripresentato dal mio anfitrione con un altro Rossese, dell'ultima annata disponibile. Un produttore - meglio, una cantina cooperativa con una trentina di soci - mai incontrato prima, un Rossese dal nome intrigante: Maixei. Partiamo da questo: come spiegato nel retro dell'etichetta, maixei è il nome dialettale dei muretti a secco che sorreggono le terrazze dove si trovano le vigne, su terreni impervi che obbligano ad una raccolta manuale delle uve. Rossese in purezza, fermentazione ed affinamento in vasche di acciaio, una lavorazione "minima ed essenziale", come spiegato sul sito della cantina. Ed il risultato non delude: colore rubino, aromi di frutti rossi e note floreali. Al palato è innanzitutto giovane e morbido, assai piacevole; ai sapori già percepiti si affianca una nota speziata ed il "classico" finale un po' amarognolo, il tutto sorretto da un buon corpo. Un'altra dimostrazione di come nelle infinite (forse troppe) piccole DOC di questo paese si nascondano dei veri tesori enologici.
Sempre restando sul Rossese, da assaggiare quanto prima il Superiore della stessa cantina, mentre il Barbadirame mi suscita meno entusiasmo per via del suo passaggio in legno... ma mai giudicare prima di aver assaggiato!

domenica 11 ottobre 2015

Fivy (con var. L'incertezza al 3° tiro)

Callisto all'uscita del 1° tiro.
Sul 3° tiro.
Calisto sul 4° tiro (peccato per la
messa a fuoco sbagliata...).
Tracciato della via (azzurro). In rosso la Via lunga.
Bric Pianarella
Parete O


– Scusa, sai che grado ha questa variante? L'originale l'abbiamo già fatta...
– Mah, sarà 6a-6b...
– Ah... a guardarla si direbbe di più... allora la provo...
Appeso lungo il traversino verso sinistra, mentre l'amico in sosta mi indirizza muti improperi, mi ripeto che devo smetterla con questo inguaribile ottimismo nei confronti del prossimo. Per superare il tetto, appendo zaino e ferraglia (il programma originale prevedeva una via con protezioni da integrare che abbiamo trovato occupata), salgo e ridiscendo a prendere il materiale; sopra finisco i rinvii ma ne trovo uno abbandonato che mi fa giungere in sosta senza altre peripezie. Più tardi, a Finalborgo, aspettando che apra l'enoteca per rimpinguare le mie scorte di Rossese, tra la festa di Finale for Nepal, scoprirò che la variante è valutata 6c+. Mai fidarsi di chi si incontra in via!
Accesso: dall'uscita del casello autostradale di Orco-Feglino dirigersi verso Finale. Dopo circa un paio di km si nota un cartello Finale ligure sulla sinistra e poco dopo un ponte scassato sulla destra che conduce ad un ben noto agriturismo. All'altezza del ponte, sulla sinistra, si parcheggia e si prende il sentiero che sale in corrispondenza di una chiesetta votiva. Si giunge ad una parete e si prende a sinistra, seguendo il sentiero per una cinquantina di metri fino ad un bivio con ometto dove si sale verso destra all'attacco della via. Scritta sbiadita alla base.
Relazione: via breve ma molto bella e consigliabile, con solo qualche tratto un po' rovinato dalla vegetazione. Se è la prima volta che la percorrete, consiglio vivamente di attenersi al percorso originale, che supera la placca superiore sulla destra (un passo di 6a+). Se ci tornate per una più o meno casuale ripetizione, valutate una delle (più impegnative) varianti. La via è protetta a fittoni resinati mentre nei dintorni corrono altre vie a spit; difficile perdersi! Inutili friend, portare solo rinvii.
1° tiro: salire la placchetta fino alla cengia e spostarsi a destra ad una sosta; proseguire per il diedro con uno spostamento delicato verso sinistra all'altezza di un piccolo tetto triangolare e continuare fino ad uscirne per placchette e vegetazione in corrispondenza di una grotta. 35m, 6a; cinque fittoni, due cordoni in clessidra, una sosta, un chiodo. Sosta su due fittoni con catena e anello di calata. Allungare la protezione sulla sosta intermedia (oppure spezzare il tiro in due).
2° tiro: uscire dalla grotta sulla destra e salire una placchetta fino ad una zona con alberi; da qui si prosegue per un diedro sino ad uscirne su un terrazzo con massi ed alberi. Passare sotto un masso e raggiungere la sosta. 30m, 4c; due fittoni. Sosta su due fittoni con catena e anello di calata.
3° tiro: la via originale va a destra (cordone blu in clessidra); a sinistra si vede la linea di Gibbo, dritti sopra la sosta vi aspettano i fittoni della variante L'incertezza. Salire dritti, poi spostamento delicato a sinistra e breve tetto seguito da placchetta via via più facile. 25m, 6c+ (6a/6a+ e A0); quattordici fittoni. Sosta su tre fittoni e un cordone in clessidra.
4° tiro: Dritto sopra la sosta continua L'incertezza con un tiro decisamente troppo impegnativo per noi, che torniamo sul percorso originale. Si va quindi in traverso a sinistra della sosta, ignorando un fittone alto (è l'uscita di Gibbo) e proseguendo ancora lungo la placchetta fino ad una specie di ripiano. Qui si sale passando a destra di un grottino giallastro e si esce verso sinistra alla piazzola di sosta. 25m, 5b (passo); tre fittoni, due chiodi, un cordone in clessidra. Sosta su albero.
Discesa: traversare brevemente verso sinistra e salire nel bosco fino ad incontrare il sentiero principale. Seguirlo verso sinistra fino alla deviazione ancora verso sinistra che riporta alla base della parete.

martedì 6 ottobre 2015

Le prime guide alpinistiche delle Grigne

E la [...] guida non risulterà un elenco sistematico di itinerari, ma l'opera di un grande impegno e di una profonda passione. Soprattutto l'opera di un uomo.
Dopo le guide delle Orobie e delle Prealpi bergamasche, continuo le mie peculiari letture delle guide alpinistiche d'antan volgendo l'attenzione alle vicine Grigne (che in realtà sarebbero poi parte delle prealpi suddette, ma poiché l'Italia è il paese dei campanili è meglio soprassedere): accantoniamo quindi le pubblicazioni a carattere non spiccatamente alpinistico e le prime monografie pubblicate sulla Rivista Mensile per percorrere quasi cinquant'anni di arrampicate in quel gruppo con l'ausilio di tre guide, scritte in decenni differenti.
Il vate che ci accompagna negli anni '20 è Gianni Barberi, autore di Grigna - arrampicate Grigna meridionale, la prima guida alpinistica del gruppo, pubblicata dalla SUCAI nel luglio 1925 (la prima pagina riporta un curioso Edizione N. 000). L'introduzione spiega che la SUCAI si affidò per la compilazione della guida nientemeno che al Gruppo Amatori delle Alpi (!!), che rifilò il lavoro al Barberi. La prima edizione, "trattando unicamente la parte prettamente alpinistica della montagna, ne descrive la salita ad ogni singolo Torrione, limitandosi però ad un solo itinerario, quello comune". Una guida quindi essenziale, che riporta 24 salite ad altrettanti torrioni (incluso il Dito Dones e un ormai dimenticato Torrione Vaghi). Tutte le vie sono... anonime, nel senso che i nomi dei primi salitori non sono riportati (fanno eccezione quelli del Sigaro Dones), e sono accompagnate da schizzi di Angelo Calegari. Assai divertente la descrizione della salita all'Ago Teresita con lancio della corda e alcune calate in corda doppia su singolo chiodo, ma con la raccomandazione di "assicurarsi la solidità"!
La guida era pensata come preambolo ad una seconda edizione "che presto vedrà la luce" e che invece non sarà mai stampata, ed il motivo è assai probabilmente da ricercarsi in quanto si legge nella temuta rubrica Personalia della Rivista Mensile del CAI del novembre-dicembre 1926 (p. CXXIII): Barberi cade sul Disgrazia il 29 giugno, lasciando incompiuto il progetto.

Si passa così agli anni '30, alla mitica Guida dei Monti d'Italia, vero fiore all'occhiello del CAI. Nel 1934 inizia la seconda serie e nel 1937, con soli quattro volumi pubblicati, Silvio Saglio inaugura con Le Grigne la sua attività di instancabile compilatore di guide che lo porterà a completarne (anche in collaborazione) poco meno di una decina. Il lavoro è immane: l'unica pubblicazione precedente (quella del Barberi) è limitatissima e le vie nuove nel gruppo delle Grigne sono numerosissime. Saglio consulta, legge, chiede, vagabonda per i sentieri, fotografa e ripete qualcosina; non ho idea di quanto tempo impieghi a raccogliere il materiale, ma il risultato è impressionante: quasi 500 pagine. Tolti i Cenni generali, le Vie d'accesso e i Rifugi, la parte alpinistica va da p. 141 a p. 472, dove il volume termina con due brevi sezioni su scialpinismo e speleologia: escludendo le descrizioni delle salite oggi annoverate come escursionistiche, restano circa 300 pagine o poco meno.
Numerosissimi gli spunti, le informazioni e gli aneddoti presenti, che rendono interessante la lettura. Sull'aspetto più propriamente alpinistico segnalo la scoperta (per me) dell'esistenza di una via del 1931 di Ettore Castiglioni in Grignetta, alla parete O della Guglia Angelina (p. 262), valutata di IV. Lo stesso apre poi una variante alla salita per il versante N della stessa guglia (p. 264). E che dire della salita del 1° novembre 1923 di III per la fessura N e lo spigolo NO della Torre Cecilia (p. 301, vedi figura)? Due cordate salgono, e la seconda è composta nientemeno che da Sandro Bartoli e Dino Buzzati! Chi sapeva di una via in Grignetta del grande scrittore, allora diciassettenne? Invero, Saglio scrive Dino Buzzatti, ma che si tratti di una svista (corretta nelle guide successive) è testimoniato dal nome del compagno di cordata: Bartoli fu compagno di liceo e di arrampicate di Buzzati, citato in diversi racconti, e morì in montagna a 21 anni. Naturalmente, siamo andati subito a ripetere la via.
Lasciamo Dino e proseguiamo, leggendo la storia alpinistica (e non solo) degli anni '30 nei nomi delle salite, nomi che oggi sono comprensibilmente (e fortunatamente) dimenticati: la via di Dell'Oro, Varale e Cassin alla O dell'Angelina si chiama via XXVIII ottobre, giorno della marcia su Roma e del suicidio politico dell'Italia, anche se Saglio cita la data come quella di fondazione dei Fasci di combattimento, che è diversa. Ci ricorda anche che "il fatto è ricordato da una lapide posta all'attacco, dono del Fascio di Combattimento di Lecco al Gruppo Giovani Fascisti Nuova Italia" (p. 262). E che i tre ai tempi non facessero mistero delle loro poco argute simpatie lo rivela la famosa Via del Littorio (p. 320). Ma non sono i soli: la salita allo spigolo S della Piramide Casati di Basili e Confortini è dedicata alla squadra d'azione Carnaro (p. 291).
L'associazionismo però non è sempre esplicitamente politico, ed è così che sulla vetta del Fungo "venne issato in seguito un fanale, simbolo del Gruppo Audaci Scalatori, associazione alpinistica ora scomparsa" (p. 245), per non parlare dell'Ago Teresita, sulla cui vetta "venne issato un remo (simbolo del canottaggio) di cui il primo salitore [Erminio Dones] fu campione europeo" (p. 254). Poco male: meglio i remi e i fanali che i fasci littori!
Anche le descrizioni delle salite riservano sorprese, a partire da quella (ricordata sopra) relativa all'Ago Teresita con lancio di corda (p. 256) fino al superamento degli strapiombi con piramide umana (O del Campaniletto, p. 237 e S della Torre Cecilia, p. 308) o al superamento a cavalcioni di un masso mobile (!) alla O del Fungo (p. 249), per finire con le vie a traversata aerea a mezzo di funi, come quella tra Lancia e Fungo (p. 250) e tra Teresita e Angelina (p. 259), entrambe di Giovanni Gandini. Salutiamo i corvi che nidificavano alla Casati (pp. 295 e 296) e scopriamo l'origine dei nomi Rosalba e Cecilia (p. 300), figlia e moglie di Davide Valsecchi, che donò il rifugio al CAI, sorridiamo al leggere del fiume d'Oa sul versante di Mandello, "che la gente crede provenga dalla Valsassina e passi sotto al Grignone" (pp. 98 e 344) e terminiamo con la descrizione del profilo del Monte S. Martino, la cui cresta occidentale "si presenta con il profilo di Napoleone [...] (Stoppani, Bel Paese). Da Lecco invece il complesso sembra un testone d'allocco co' suoi bravi cornetti. Verso la Val Gerenzone, da opportuni punti di vista, presenta la figura di Rossini in età avanzata". Riferimenti culturali ormai scomparsi, similitudini che nessuno userebbe più. Anche qui sta il fascino di questa guida.

Passano quasi 35 anni prima che qualcuno rimetta mano al lavoro di Saglio, 35 anni in cui gli alpinisti "sono i maggiori frequentatori del Gruppo" (oggi temo che non si potrebbe più fare impunemente cotal affermazione), le vie nuove crescono ancora e molte cose cambiano. L'opportunità di aggiornare (e correggere) la guida precedente è colta dal benemerito editore Tamari di Bologna all'interno della collana Itinerari alpini e la cura della composizione è lasciata a Claudio Cima, altro noto compilatore di guide, soprattutto in ambito dolomitico (Pale di S. Martino, Sella, Dolomiti meridionali). Cima è allora studente ventenne a Milano e di lì a poco sposterà la sua attenzione verso i monti pallidi, inizia il lavoro nel 1968 e pubblica Le Grigne nel 1971 (2a ed. 1975, dove alcuni errori sono corretti). 220 pagine totali, 177 dedicate alle relazioni alpinistiche, due belle cartine allegate. L'impostazione e tutto l'impianto suonano assai diversi da quelli di Saglio, a partire da una certa sensibilità che oggi potremmo definire ambientalista ante litteram, che porta l'autore a deplorare il depauperamento del patrimonio vegetale e animale delle montagne e lo sviluppo edilizio dei Resinelli con la "troppo inopportuna evidenza" del grattacielo (p. 23), conscio però che "siamo in Italia, e non possiamo lamentarci di come conciano la Natura, e la Montagna in particolare: ci poteva andare anche peggio" (p. 15). Un accenno polemico è riservata anche alla "ferratura" del "crestone NO" del Sasso dei Carbonari, "onde permetterne il transito anche ad alpinisti di mezza tacca", mentre a p. 111 l'autore perde un poco la pazienza con il suo predecessore: "Sulla guida Saglio si accenna a delle varianti che evitano la placca terminale [del Fungo]. Sinceramente non riesco a capire dove si sia andati in quei tempi (1914-1923)!". Decisamente più moderne anche le descrizioni dei punti di appoggio e di fondovalle, che assumono connotazioni quasi turistiche (incluso il venditore di bibite in vetta alla Grignetta, menzionato tra i "posti di chiamata" a p. 16) e dove apprendo che la strada dei Resinelli richiedeva un pedaggio di ben 200-300 lire (p. 24). Anche l'approccio alla relazione alpinistica è diversa: Saglio è, per così dire, ecumenico, sistematico ed enciclopedico nello stile della collana del CAI; Cima dà invece un'impronta personale alla guida: sceglie, seleziona, valuta cosa inserire e cosa no, cosa consigliare e cosa no. È un precursore delle guide odierne.
Dalla lettura delle relazioni, dove compaiono Bonatti, Gogna e tanti altri nomi familiari, notiamo così che ancora negli anni '70 il superamento di strapiombi con piramide umana non era passato di moda (Fasana alla E del Magnaghi Centrale, p. 82; Lucini-Prina alla O del Campaniletto, p. 106; Bianchi al Medale, p. 182; Cassin alla O e Pensa alla N del Pizzo d'Eghen, p. 209), che il masso mobile della Ferrero-Lucini alla SO del Fungo ("bisogna attaccarvisi!") era ancora lì e sarebbe interessante sapere che fine ha fatto oggi, e che la valutazione dei gradi e della... ehm... etica dell'arrampicata doveva ancora definirsi per bene: "salire dritti, prendere dei chiodi, superati i quali si va ad una cengia" (p. 118), "girare uno spigoletto, aggrapparsi ad un chiodo, su dritti ad un altro chiodo,..." (p. 172) o il simpaticissimo "un passo di VI se manca un chiodo" (p. 179) che lascia supporre una sana tirata in presenza di detto chiodo, pratica cui peraltro nessun alpinista di mia conoscenza si è mai sottratto, io in primis. Del resto i chiodi si usano senza troppa parsimonia: 220 chiodi sulla Oppio alla SE del Sasso Cavallo (p. 196) e 250 sulla Redaelli alla OSO dello stesso (p. 200). Chiudo le citazioni con la descrizione della "via del rampino della stufa" (p. 64) al Torrione della Grotta: "Anche questa via è opera di Filippo Berti con 'Johnny' [Valerio Carrara], 1955 o 1956. Luciano Tenderini e Gigi Alippi ne tentarono una ripetizione, ma il passaggio chiave non si lasciò vincere neppure con il rampino suddetto, forse a causa di un appiglio venuto via". V e A1 sulla guida di Pesci... mah...
Dal punto di vista, diciamo così, "storico", è interessante leggere la vicenda del Diedro Colnaghi al Medale (p. 183, vedi figura), qui chiamato "Spigolo ESE" e definito un po' troppo sbrigativamente "poco interessante", mentre la prima invernale alla parete Fasana del Pizzo della Pieve è attribuita ad una cordata nel 1950 (p. 203), dimenticando la storica impresa del grande Eugenio Vinante nel 1935 (errore che si ritrova anche nella guida CAI di Pesci del 1998). Serve poi un po' di orientamento per districarsi nei toponimi desueti, come la Torre Zio (ora Torrione Ratti), la Piramide Guedoz (ora Torrione Mandello) o la Torre Casati (ora Torre Vitali), mentre diamo merito a Cima di aver individuato "una possibilità a sinistra della fessura Gasparotto" che diventerà poi la via Franco Dolzini. Chiudono il libro poche pagine su Campelli, Resegone e Corni di Canzo.

venerdì 2 ottobre 2015

Nebbiolo d'Alba DOC Occhetti 2000 Prunotto

Ci sono bottiglie che restano in cantina, anno dopo anno. Non parlo necessariamente di barolo o brunello, Amarone o Taurasi, di bottiglie cosiddette "importanti", e nemmeno di bottiglie guardate con diffidenza, ma di bottiglie che semplicemente se ne restano lì, senza essere portate in tavola: è troppo giovane, non si abbina, volevo bere altro... insomma, restano preservate da una serie fortuita di eventi. Poi, ad un certo punto, l'occhio le nota in maniera diversa, si fanno due calcoli, si pensa: "Mi sa che questa ormai è andata", si tergiversa ancora un po', fino a quando non si trae il dado.
Recentemente ho ripescato due di queste bottiglie, identiche tranne l'anno, 1999 e 2000. Ricordavo benissimo dove le avevo comprate, le circostanze, i piccoli significati che si attribuiscono a certi oggetti, le memorie che si depositano con gli anni sui fondi delle bottiglie, ma tutto ormai visto da lontano, senza particolare nostalgia. Ho quindi deciso che me le sarei bevute in beata solitudine, come vecchi amici.
La bottiglia del 1999 è stata una mezza delusione, col vino ormai sfinito dal lungo invecchiamento e io che mi davo del fesso per non averla aperta prima. Dopo poche settimane, senza alcuna attesa, ho aperto il 2000 e... sorpresa! Una bottiglia ancora incredibilmente viva, che certo porta i suoi annetti e non è al massimo della forma, ma che ancora dispensa nobili aromi e gusto.
Dal sito del produttore (molto dettagliato, con le informazioni sulle diverse annate) si legge che l'Occhetti 2000 invecchia per dieci mesi in grandi botti e tonneaux, più quattro mesi in bottiglia. Il colore è granato, non trasparente. Frutti rossi e qualche leggera nota floreale salgono dal bicchiere, buoni l'acidità e il tenore alcolico, che accompagnano l'assaggio insieme ad una buona persistenza. Certo, il vino ha perso un po' di freschezza con gli anni ma si è arrotondato e mostra un buon equilibrio complessivo.
Una vera, gradevole, sorpresa.

lunedì 21 settembre 2015

Cengia Martini

Sul 1° tiro.
Ettore sul 1° tiro.
Sul 3° tiro.
Ettore sul 4° tiro.
Tracciato della via.
Piccolo Lagazuoi
Parete S


Dopo aver percorso la Vonbank, cosa di meglio se non passare dall'altro lato del fronte, dove combattevano gli alpini del maggiore Martini? E cosa meglio della postazione che più di tutte minacciava la Vonbank, esposta al tiro degli italiani riparati sulla Cengia Martini? Qui gli alpini resistettero all'esplosione di ben quattro mine, abbandonando la posizione solo dopo Caporetto. E oggi, uscire dalla via dopo una piacevole arrampicata e ritrovarsi proiettati indietro di un secolo regala una sensazione insolita.
Accesso: dal parcheggio della funivia si risale il sentiero che corre lungo la pista da sci, prendendo a sinistra all'indicazione "palestra di roccia". Si giunge così alla piccola falesia, si punta all'evidente fessura e ci si sposta a destra di un avancorpo dove parte la via in corrispondenza di un vago diedrino. Mezz'ora circa.
Relazione: via breve ma piuttosto interessante che sale la parte destra del Piccolo Lagazuoi sbucando sul percorso della Cengia Martini. Roccia ottima, forse un po' liscia nel primo tiro rispetto alle sue consorelle della parete. Difficoltà contenute, ma chiodatura essenziale: portare friend per integrare. Contare un paio d'ore circa.
1° tiro: salire i primi metri fino ad un terrazzo con piccolo tetto, indi decidere cosa fare: la via originale si sposta verso destra e risale rocce facili, ma ora vi si trova un fix di una via moderna; per congruità conviene invece proseguire dritti nel diedrino, poi su per placca verso sinistra fino ad infilarsi nel camino che si risale sino alla sosta sulla destra. 30m, IV-, IV+ (forse passo di V-), IV; tre chiodi, un cordone in clessidra. Sosta su due cordoni in grossa clessidra.
2° tiro: ignorare un cordone che si nota in alto a sinistra della sosta e salire dritti seguendo una lama, indi proseguire a piacere lungo la placca: la via dovrebbe spostarsi a destra, ma un chiodo porta invece a salire tenendosi lievemente verso sinistra avvicinandosi al canale, per poi uscire verso destra in vista della sosta su un terrazzo. 30m, IV; tre chiodi. Sosta su cordone in clessidra e chiodo.
3° tiro: salire a prendere un canalino che si risale verso destra per poi spostarsi a sinistra su bella placca fin sotto ad un tratto verticale; qui ancora a sinistra in un canale-camino che si risale verso destra giungendo alla sosta. 35m, IV; un cordone in clessidra. Sosta su cordone in clessidra e chiodo.
4° tiro: a destra della sosta a risalire una placca fin sotto la parete verticale. La via ora va a sinistra, verso un evidente chiodo con lungo cordone, per poi salire una fessura (nota: non è la fessura obliqua strapiombante appena sopra il chiodo, ma quella alla sua sinistra). Io mi sono invece spostato a destra, salendo una specie di diedro di roccia giallastra (più solida di quanto non sembri; tratto non chiodato, ma proteggibile) per spostarmi poi a sinistra verso la sosta una volta uscito sulla cengia. 35m, IV, forse un passo di IV+; un chiodo. Sosta su tre fix.
5° tiro: proseguire lungo la cengia fino ad una zona di rocce rotte che si risalgono per uscire sugli sfasciumi terminali che conducono ad una galleria della Cengia Martini dove termina la via. 60m, un chiodo. Sosta sui cavi metallici della Cengia.
Discesa: seguire la Cengia Martini verso destra fino a ritornare a passo Falzarego; mezz'oretta circa.

giovedì 17 settembre 2015

Vonbank

Sul 1° tiro.
Ettore sul 4° tiro.
Sul 5° tiro.
Ettore sul 7° tiro.
Sull'8° tiro.
Tracciato della via (rosso) in azzurro la via Orizzonti di gloria.
Piccolo Lagazuoi
Parete S


In fuga dal maltempo che promette di rovinare il fine-settimana, torno ad assaporare la cucina del rif. Dibona e mi ritrovo ad accompagnare Ettore nel suo "battesimo" dolomitico. All'uopo, cerchiamo una via tranquilla, esposta a S e non troppo lunga, che ci permetta di goderci la salita senza troppi pensieri; scartate quelle già percorse, la scelta obbligata è la Vonbank, dal nome della postazione austriaca situata all'attacco della via, perno della difesa del passo di Valparola insieme alle posizioni del Sass della Stria e base per una galleria che sarebbe dovuta servire per attaccare la cengia Martini occupata dagli italiani. Scelta indovinata, anche perché alla fine avanza un sacco di tempo per una seconda via nei paraggi...
Accesso: da passo Falzarego, al parcheggio della funivia del Lagazuoi, si segue il sentiero che risale la pista da sci per prendere poco dopo a sinistra il sentiero dei Kaiserjaeger (indicazione). Lo si segue fino ad un grosso masso in corrispondenza dell'evidente ghiaione erboso di foggia triangolare che marca la base della via, alla sinistra della parete, ben visibile dal parcheggio. Qui si lascia il sentiero per salire alla parete, dove si trova la trincea e due gallerie (visitabili) della postazione austriaca Vonbank. La via parte tra le due gallerie, in corrispondenza di un piccolo slargo (chiodo con cordino visibile). Mezz'oretta circa.
Relazione: via piacevole che risale la parete del Lagazuoi con un percorso non del tutto lineare nella parte alta, figlio del voler limitare le difficoltà su gradi assai abbordabili. Roccia ottima con qualche tratto sulle cenge dove fare attenzione, chiodatura non proprio abbondante: portare friend piccoli e medi per integrare. Calcolare tre orette circa, senza fretta.
1° tiro: salire in corrispondenza del chiodo e piegare verso sinistra a prendere un diedro che si segue fino ad uscire su un terrazzino; poco più a sinistra si trova la sosta. 30m, IV+, III; tre chiodi (uno con cordino). Sosta su cordone in clessidre.
2° tiro: salire aggirando a sinistra la parete giallastra sovrastante per poi rientrare verso destra fino ad un terrazzo di sosta nei pressi di un pilastro. 20m, IV-, IV; un cordone in clessidra. Sosta su due chiodi con cordone e maglia-rapida.
3° tiro: salire dritti sopra la sosta seguendo una specie di fessura, superare un breve saltino e raggiungere la sosta posta immediatamente sopra. 25m, IV+, IV; un chiodo. Sosta su due chiodi e clessidra con cordoni.
4° tiro: rimontare il pilastrino posto a sinistra della sosta e proseguire sempre verso sinistra a superare un canale; alzarsi per rocce più facili puntando alla base dell'evidente sperone giallastro ove si trova la sosta. 30m, IV, III. Sosta su chiodo e clessidra con cordone.
5° tiro: alzarsi qualche metro sopra la sosta, non seguire la fessura giallastra ma traversare a destra fin quasi alla fine della placca nerastra sovrastante, dove questa diviene più facilmente accessibile. Salirla spostandosi lievemente verso sinistra per seguire una rampa ancora a sinistra che porta al termine dello sperone giallastro. 30m, IV-, I, IV, II; una clessidra con cordone. Sosta da allestire su spuntone e chiodo alla sua sinistra. Un friend incastrato nella fessura giallastra suggerisce che sia possibile percorrere un'interessante variante a questo tiro.
6° tiro: a destra della sosta fino ad un pilastrino staccato dall'aria un po' preoccupante. Lo si supera sulla sua destra e si sale fino alla cengia che si segue verso sinistra. Si supera un primo cordone in clessidra con chiodo (possibile sosta un po' scomoda) e si prosegue fino ad un secondo cordone dove si sosta. 30m, IV; un chiodo, due cordoni in clessidra. Sosta su cordone in clessidra.
7° tiro: proseguire a sinistra lungo la cengia fino ad incontrare una fessura obliqua che si segue verso destra, superando un tratto più verticale per giungere su una nuova cengia. Da qui traversare verso destra per facile rampa fino ad uno spuntone. 30m, IV-, V (un passo), III; un chiodo, tre cordoni in clessidra. Sosta da attrezzare su spuntone.
8° tiro: salire la placca nerastra a destra della sosta fino ad una cengia detritica. Superare il saltino e traversare verso sinistra fino ad uscire dalla parete. 25m, V-, III+. Sosta da attrezzare su spuntone con allegra vista su croce di caduto di guerra e resti di scatolette, legname e materiale vario.
9° tiro: salire per facili rocce fino ad una terrazza in corrispondenza di una vecchia postazione dove si sosta. 25m, III. Tiro evitabile.
Discesa: si raggiunge il sentiero dei Kaiserjaeger che passa nelle vicinanze e lo si segue in discesa fino al punto di partenza.