martedì 27 dicembre 2016

Mussini-Iotti + Diedro UISP + Zuffa-Ruggiero

Anita sul 1° tiro della Mussini-Iotti.
Sul 2° tiro della Mussini-Iotti.
Anita sul 1° tiro del diedro UISP.
Sul 2° tiro del diedro UISP.
Tracciato del diedro UISP al tramonto.
Anita sul 1° tiro della Zuffa-Ruggiero.
Sul 2° tiro della Zuffa-Ruggiero.
Anita sul 3° tiro.
Tracciato della Zuffa-Ruggiero (verde). In rosso la via
Cacciavillani, in azzurro la Zuffa-Lenzi.
Pietra di Bismantova
Pareti SE e SO


Che soddisfazione rivedere la Pietra dopo più di un annetto di assenza! E in occasione di questo ritorno mi sono ripromesso di scalare - finalmente! - alcune tra le "classiche" della parete, che ancora non avevo salito. Inseguendo il sole di dicembre, partiamo dalla parete SE per spostarci verso SO, tra vie non difficili e ottimamente chiodate. Una piacevole combinazione di vie molto belle e abbastanza omogenee come difficoltà, da raccomandare per una tranquilla cavalcata nella storia della Pietra.
Nota: gli accessi alle vie sono dati nel senso della combinazione da noi percorsa, quindi dall'alto in due casi su tre. Non è difficile figurarsi l'accesso dall'eremo.
Accesso (Mussini-Iotti): dal piazzale si sale verso l'Eremo, ora bloccato in seguito alla frana di febbraio 2015. Prima di giungervi si segue un sentiero sulla destra che contorna l'eremo e riporta davanti all'evidente settore Anfiteatro della Pietra. Portarsi sul lato di destra del settore e salire per una traccia che porta ad un terrazzo vicino alla parete. Sul lato sinistro si vede una specie di diedro erboso: è l'attacco della Pincelli-Brianti, di cui si percorrono i primi due tiri fino alla via vera e propria.
Relazione (Mussini-Iotti): variante ai tiri finali della Pincelli-Brianti, molto bella e meritevole di una salita. Protezioni buone a fittoni, un po' distanziate nei tratti facili. Tutte le soste tranne l'ultima sono su due fittoni.
1° tiro (Pincelli-Brianti): salire il diedro erboso e proseguire in obliquo verso sinistra su roccia sporca di terra, ignorando una sosta dove parte Italia '90, fino a raggiungere una terrazza. 30m, 3c; quattro fittoni.
2° tiro (Pincelli-Brianti): salire lievemente a destra lungo il diedro per spostarsi su una placca che porta ad una sosta. Superare un'ultima placchetta e spostarsi a destra alla sosta. 25m, 4a; cinque fittoni, una sosta intermedia.
3° tiro (1° tiro Mussini-Iotti): spostarsi a destra abbassandosi lievemente, attraversare sotto un pilastrino e raggiungere un breve canale incassato che si risale fino alla sosta al cospetto di un albero. 25m, 3c; tre fittoni.
4° tiro: (2° tiro Mussini-Iotti): salire i primi metri della placca e spostarsi a sinistra entrando nel camino. Salirlo fin quando si chiude ed uscire alla sosta. Possibile anche uscire dal camino traversando a destra con passo delicato in placca per salire poi alla sosta. 30m, 5b/c (un passo) a seconda della soluzione finale; otto fittoni, due spit (uno sostituito da un fittone se uscite in placca), un chiodo sostanzialmente inutile.
5° tiro (3° tiro Mussini-Iotti): salire l'erboso canale fino alla sommità. 30m, 3c; quattro fittoni. Sosta su anello cementato.
Accesso (diedro UISP): dall'uscita della via si segue la traccia verso sinistra che conduce al torrione Sirotti e si scende seguendo il sentiero. Si supera un primo settore di falesia e si giunge poco dopo ad un secondo settore, alla cui destra si eleva l'evidente e bellissimo diedro che dà la direttiva della via. Attacco a sinistra di un avancorpo.
Relazione (diedro UISP): breve via molto bella, con due tiri entusiasmanti ed ottimamente chiodati; una delle più belle della Pietra. Portare solo rinvii.
1° tiro: salire le rocce a destra della lama giallastra e portarsi sotto la striscia giallastra, di rocce erose e solo un poco untine. Salire per ottime prese e portarsi verso sinistra fino ad una lama staccata. Superarla con un passo in Dulfer (o in alternativa usando il camino tra lama e parete) e proseguire per placca fino alla sosta. 40m, 6a; dieci fix.
2° tiro: dritti per il bellissimo diedro fino alla sommità. 35m, 6a; dieci fix, una fettuccia in clessidra.
Accesso (Zuffa-Ruggiero): dall'uscita del diedro si tiene la sinistra ripercorrendo il sentiero di discesa del torrione Sirotti fino a giungere sul sentiero principale, che si segue in discesa. Al primo bivio si tiene la sinistra, si superano gli attacchi della Zuffa-Lenzi e della Cacciavillani e si doppia un avancorpo (dove parte l'attacco originale, di difficoltà ben maggiori del resto della via e in massima parte salito come monotiro: Pugni di burro) giungendo sotto un diedro obliquo giallastro.
Relazione (Zuffa-Ruggiero): altra via classica della Pietra, riattrezzata in stile plaisir (portare solo rinvii) e abbastanza frequentata viste le difficoltà. Tutte le soste sono su anello cementato (alcune con fix vicino).
1° tiro: salire il diedro obliquo fino alla terrazza di sosta. 25m, 4a; quattro fittoni, un anello cementato.
2° tiro: a sinistra della sosta a salire il bel camino, uscendo sulla cengia verso destra fino alla sosta. 35m, 4a, otto fittoni, uno spit. Vecchia sosta su due chiodi poco a sinistra della sosta corretta.
3° tiro: non andare a destra (variante The end, 6c+), ma in traverso a sinistra sulla placca, per poi salire in verticale fino alla sosta. 25m, 5a; sei fix.
4° tiro: su per il bel diedro fessurato fino alla sosta. 20m, 5b (un passo); cinque fittoni.
5° tiro (uscita di destra): è la variante preferita di uscita, che sale per l'evidente diedro. 30m, 4a; quattro fittoni.
5° tiro (uscita di sinistra): dalla sosta si prende il camino a sinistra. 20m, 5c (un passo); tre fix.

domenica 25 dicembre 2016

Bergamo-Milano Lambrate: ritardi novembre-dicembre 2016 e riassunto annuale (2608/10809)

Distr. cumulative dei ritardi per i treni 2608 e 10809
nel bimestre novembre-dicembre 2015 e 2016.
Distribuzione cumulativa dei ritardi annuali (2015 e 2016)
per il treno 2608, in scala normale.
Come sopra, ma per il treno 10809.
Ore di ritardo accumulate negli anni 2015 e 2016
sui treni 2608 e 10809.
Andamento mensile dei ritardi del treno 2608. Inutile commentare.
Come sopra, ma per il 10809.
Se nel bimestre precedente si avvertivano le prime avvisaglie che la situazione stesse peggiorando, questo finale di anno ce ne ha dato ampia conferma, come si vede dai ritardi dell'ultimo bimestre, perennemente più elevati rispetto all'analogo periodo del 2015 (prima figura). Per il 2608, i treni che limitano il ritardo a 5' scendono dal 78% ad un cialtronesco 56%, mentre per il 10809 si va da un quasi accettabile 86% al 74%. Questo treno, poi, riusciva ad arrivare puntuale (ritardo = 0) nel 60% dei casi, ora scesi al 21%.
Questi "invidiabili" risultati si riflettono sul dato annuale, indicato nelle due figure seguenti. Per meglio evidenziare i comportamenti anomali, uso una rappresentazione su "scala normale di probabilità", che non è una semplice scala lineare tra zero ed uno come nella prima figura, ma è opportunamente "distorta" (per gli adepti: è l'inverso di una error function; in questa scala, la distr. cumulativa di una densità di prob. Gaussiana -- o normale -- diventa una retta, con pendenza dettata dalla radice della varianza). Il bello di questa rappresentazione è che mostra bene gli andamenti anomali e le "code" della distribuzione, ovvero gli eventi a bassa probabilità, i casi di ritardo peggiore. Invero per il 2608 non c'è gran differenza tra i due anni: le curve sono sostanzialmente sovrapposte (curioso il lieve cambio di pendenza sopra il 75%) con dispersione statistica nei casi più rari. A ben ricordare, il 2016 era iniziato meglio (guardate i resoconti precedenti), ma gli ultimi mesi dell'anno hanno rovinato tutto).
L'analoga curva per il 10809 mostra comunque un certo miglioramento con la sparizione del comportamento anomalo intorno al 60%, che ora diventa una singola coda che si stacca a probabilità un po' più alta, dove la curve cambia bruscamente pendenza. Ma, guardate dove arriva l'asse orizzontale: nel 2016 siamo arrivati a ritardi di più di un'ora e mezzo (seppur in un caso singolo), che non è francamente definibile altro che uno schifo.
Le ore di ritardo buttate via grazie al penoso servizio sono indicate di seguito: poco più di 16 ore per il 2608, con minima variazione, e passaggio da 24 a 15 per il 10809. Totale 2016: 31 ore.
L'andamento mensile dei ritardi si vede nelle ultime due figure. C'è poco da commentare: dicembre 2016 è il peggior mese degli ultimi due anni, per merito del cambio di orario che ha scombussolato del tutto il precario equilibrio raggiunto a fatica (cambio dovuto all'inserimento dei Frecciarossa per Venezia). Il 2608 si ferma quotidianamente in ogni dove, raggiunge i 30' di ritardo nel 10% dei casi e tutti gli indicatori raggiungono livelli mai visti. Il 10809 conferma il trend di peggioramento degli ultimi mesi: a dicembre è stato anticipato di 5' ma arriva già a Lambrate sempre allo stesso orario di prima per poi sostare placidamante nell'ubertosa campagna anche con binari deserti dove non c'è precedenza da dare. Aggiungiamo che i ritardi dovuti ai guasti ai treni sono aumentati e avrete un'idea di cosa sta succedendo.
Di certo, una condizione come quella di dicembre non è assolutamente accettabile. Dopo la disintossicazione ferroviaria delle feste vedremo che pagliacciate ci aspettano nel 2017.

mercoledì 14 dicembre 2016

Via delle poiane

Walter sul 1° tiro.
E all'uscita del 2°.
Tracciato della via (azzurro; solo la parte bassa è
visibile). In rosso la via El frend del trii e mes.
Monte S. Martino
Parete O


Passato un po' di tempo dall'ultima volta, ecco giunto il momento di tornare a ravanare su qualche via non troppo battuta, di quelle dimenticate - non senza ragione - dalle folle di arrampicatori. La meta è il S. Martino, dove avevo già percorso la vicina El frend del trii e mes, di analogo carattere. Uscita simpatica per chiacchierare con Walter che non vedevo da un po', ma oggettivamente da consigliare solo per gli amanti delle ravanate.
Accesso: a Lecco percorrere tutto viale Turati; in fondo (chiesa) girare e destra e subito a sinistra in via S. Stefano. Proseguire fino ad una curva ad angolo retto a sinistra dove si può parcheggiare sotto un segnavia CAI che indica il sentiero che ci interessa. Dopo 40m si supera un cancello a destra e si segue il sentiero n.53 verso il Rif. Piazza. Il bel sentiero aggira un primo sperone salendo alla sua destra, supera un punto panoramico e continua a salire con bellissima vista sul lago fino ad un bivio. Seguire a sinistra (tratti con catene) fino ad un'evidente panchina. Dietro di essa c'è una traccia che porta alla parete, lievemente a destra, dove si nota una freccia nera verso l'alto; circa 30'.
Relazione: via assai discontinua che alterna risalti di roccia simpatici e non impegnativi con tratti di collegamento. Protezioni miste a chiodi e spit, rarefatte ma sempre presenti sui passi più impegnativi, corroborate da piante ed arbusti vari che si possono utilmente sfruttare: friend inutilizzati, anche se conviene portarli se non ci si muove con familiarità in questi ambienti. La roccia è buona sulle placche, ma con cenge e tratti costellati di blocchi instabili: fate attenzione ed evitate i periodi in cui il sentiero è frequentato.
1° tiro: salire il diedrino erboso a destra della freccia ed uscire a sinistra per salire ad una pianta (il percorso originale si sposta invece a destra, sale lievemente e va verso sinistra all'altezza della pianta - due chiodi e roccia dall'aspetto poco raccomandabile, ma più solida di quanto non appaia). Dalla pianta si prosegue dritti per belle placche, superando un saltino ed un sistema di fessure che portano in cima al piastrino. 50m, 4c; quattro spit, tre chiodi. Sosta da attrezzare su albero. Spostarsi poi alla base del pilastro successivo.
2° tiro: salire il diedrino lievemente aggettante puntando al chiodo sulla sinistra, indi spostarsi con passo delicato sulla destra e proseguire su terreno più facile. Superare un saltino con ottime prese e uscire facendo attenzione ad alcuni blocchi instabili e attrezzare la sosta su albero. 30m, V-, IV; un chiodo. Possibile anche proseguire direttamente per rocce rotte fino al muretto successivo e sostare su un chiodo.
3° tiro: salire la fessura a destra del chiodo e proseguire su placche più facili fino al prossimo salto. 30m, 5b, IV; tre spit. Sosta su uno spit.
4° tiro: salire il diedrino obliquo verso destra, portarsi ancora a destra per risalire fino all'ennesima cengia e sostare su alberi. 30m, IV; un chiodo. Proseguire poi per sfasciumi fino alla base dell'ultimo salto. Sosta da attrezzare su clessidre.
5° tiro: salire appena a sinistra della sosta a prendere una bella lama che porta verso sinistra, per superare una paretina che conduce a rocce rotte. 30m, IV; un cordino poco affidabile in clessidra. Sosta da attrezzare su pianta.
Discesa: proseguire brevemente a raggiungere il sentiero che si segue verso sinistra fino al rif. Piazza; da qui si scende ancora a sinistra fino a ritornare al punto di attacco.

martedì 6 dicembre 2016

Il figlio del Nepal + Titti e Marene

Paolo alla partenza del Figlio del Nepal.
Sul 2° tiro.
Paolo sul 3° tiro.
Sul 1° tiro di Titti e Marene.
Paolo sull'ultimo tiro di Titti e Marene.
Tracciati delle vie. Rosso = il figlio del Nepal;
azzurro = Titti e Marene.
Corna delle capre
Parete S


La prima volta che cercai di raggiungere la Corna delle capre fui bloccato dal ghiaccio lungo la strada sopra Cigliano e ripiegammo alla vicina falesia. Come tutte le cose che sfumano all'ultimo momento, mi aveva lasciato un pungente desiderio di tornarci, ampiamente ripagato dall'arrampicata di questa volta; è un posto da non perdere! L'unico appunto che si può fare è lo stato di abbandono in cui versa la struttura: è un vero peccato che il recente lavoro fatto alla vicina falesia della Madonna della Rota non abbia interessato anche questa parete.
Accesso: si raggiunge Cislano (sponda bresciana del lago d'Iseo, uscita Marone, poi direzione Zone), si supera una pieve sulla sinistra e poco dopo si prende a destra (indicazione per rifugio Croce di Marone e cartello area camper). Si segue la strada finché non diviene sterrata; nei pressi è possibile mercanteggiare qualche posticino per l'auto con la strada un po' arcigna, oppure proseguire se non avete un'auto col fondo troppo basso. Si sale fino a trovare la Corna sulla sinistra e poco dopo si nota sulla sinistra una deviazione (indicazione per la falesia e sentiero dell'uccellatore; ingresso vietato alle auto). Parcheggiate se siete in auto e seguite il sentiero, che supera una baita, fa una curva a destra e continua. Poco dopo si nota una traccia sulla sinistra (ometto). La si segue in piano fino ad un ghiaione, si sale lievemente e si continua ancora verso sinistra. Si scende per alcune roccette fino a che si vedono una corda fissa, degli spit in parete ed un paio di vecchi cordini su alberi. I fix dorati ben evidenti sono della via Batman in Marmolada. Alla sua destra si vedono spit vecchi (piastrine rettangolari) "doppiati" da fix nuovi (peccato che gli spit vecchi non siano stati rimossi): è Il figlio del Nepal. A sinistra di Batman corre una linea su vecchi spit da 8mm, con cordone in clessidra: Titti e Marene.
Relazione (il figlio del Nepal): via molto bella che risale il lato destro della macchia rossastra, con due tiri veramente notevoli, in continuità su buone prese in lieve strapiombo. Chiodatura buona dopo la risistemazione, ma non vicinissima: necessario un 6a obbligato. Portare solo rinvii.
1° tiro: primi metri erbosi, poi muretto e placca con uscita sulla sinistra. 30m, 6a; dodici fix. Sosta su due fix con cordone (vecchia sosta su tre spit nelle vicinanze).
2° tiro: a destra della sosta, poi in verticale ed ancora a sinistra su lieve strapiombo. Uscita su pancia e placchetta che porta alla sosta a sinistra. 25m, 6b; sette fix. Sosta su tre fix con catena ed anello di calata. Tiro bellissimo.
3° tiro: tiro simile al precedente: si sale ancora su roccia rossastra in leggero strapiombo per proseguire su muro verticale. 25m, 6a+/6b; sette fix. Sosta su tre fix con cordone.
4° tiro: passo delicato poco sopra la sosta, poi placca più facile. 25m, 6a (un passo); sei fix, un cordone in clessidra. Sosta su tre fix con catena ed anello di calata.
Discesa: con due calate a corda doppia. La prima alla seconda sosta, da lì a terra.
Relazione (Titti e Marene): via di carattere simile alla precedente su vecchi spit da 8mm, che una volta erano considerati a prova di bomba ed ora sono guardati con sospetto.
1° tiro: a sinistra verso il cordino in clessidra, poi ancora a sinistra a salire una placca un po' erbosa e con tratto finale più verticale. 30m, 6a (un passo); nove spit, un cordino in clessidra.
2° tiro: inizia su placchetta per proseguire lungo un diedro rossastro con uscita in lieve strapiombo. Non andare verso la sosta sulla sinistra, ma proseguire dritti e poi verso destra alla sosta in comune con la via precedente; 25m, 6a; otto spit.
3° tiro: in verticale su roccia rossastra con buone prese e uscita lievemente a destra per salire ad una cengia. 25m, 6a+; otto spit.
4° tiro: salire la placchetta, rimontare un pilastrino con una fessura obliqua verso sinistra e spostarsi verso destra fino alla sosta in comune colla via precedente. 20m, 5c (forse un passo di 6a); sei spit, un chiodo.
Discesa: come la via precedente.

mercoledì 30 novembre 2016

Panzeri-Riva

Paolo sul 1° tiro.
Ancora lui sul 3° tiro.
Sul 4° tiro.
Paolo sul 5° tiro.
Pilastro rosso del lago - Monte S. Martino
Parete O


"Che bastone quel primo tiro! Non so se ho tirato più rinvii o più porconi..." sintetizzo la sera a Gianni, che mi aveva avvisato preventivamente di quel che mi attendeva. Ed in effetti la parte più impegnativa della via è tutta lì, sebbene il diedrino del 5° tiro abbia un passo decisamente non banale. Una via storica che "puntavo" da un po', passandogli nelle vicinanze diretto alle falesie che la contornano, finalmente salita sfidando il tempo incerto.
Accesso: da Lecco si segue il lungolago in direzione Mandello fino ad incontrare sulla destra un sottopasso ferroviario con tre arcate. Si entra e si parcheggia subito, salendo il sentiero sulla destra appena dopo l'arcata. Ignorare il primo bivio e prendere a destra al secondo (a sinistra si va alla falesia della Discoteca), salendo brevemente a contornare il Pilastro dell'Orsa maggiore. Si giunge ad un canalino che si può risalire direttamente oppure - più comodo - si prosegue ancora brevemente a prendere la successiva traccia sulla sinistra, che porta alla base del pilastro. L'attacco è in corrispondenza di una pianta (fittone visibile), sotto l'evidente fessura-diedro del primo tiro.
Relazione: via molto logica che vince la repulsiva parete del pilastro nei suoi punti deboli, purtroppo penalizzata dalle infinite ripetizioni che hanno levigato numerosi appigli e che complicano diversi passaggi, impedendo di godersi appieno l'arrampicata. Se non siete schizzinosi, la via è certamente raccomandabile. Protezioni miste a chiodi e fittoni, oneste sui passi duri, ma distanziate nei tratti più facili (dove uso la scala UIAA per segnalare che non siamo propriamente in falesia...); fate attenzione. Possono essere utili friend piccoli e un BD4 o 5 per il primo tiro. Tutte le soste sono su due fittoni meno la quarta e la quinta, che hanno anche catena ed anello di calata.
1° tiro: salire i gradoni iniziali e portarsi verso destra sotto la larga fessura-camino Salirla faticosamente fino alla sosta. 30m, 6c+(?); sei fittoni, tre chiodi, una fettuccia su sasso incastrato. Il tiro è tradizionalmente valutato 6c, che non è certamente un grado su cui io passeggio, soprattutto se ci sono di mezzo camini, incastri e compagnia bella. Ciò detto, secondo me (e anche altri) è più duro; gli ho messo un "+" tanto per gradire...
2° tiro: salire brevemente sopra la sosta, poi spostarsi a sinistra lungo un muretto con appigli unti per proseguire poi per un camino e una fessura fino alla sosta sulla destra. La via originale esce sulla destra a metà tiro circa (vecchio cordone) e prosegue per una placchetta (un chiodo) e gradoni fino a ricongiungersi col nuovo percorso appena sotto la sosta. 30m, 6a+; sei fittoni, tre chiodi.
3° tiro: salire un muretto con lama rovescia e proseguire in obliquo verso sinistra. 40m, VI- (passo), V, IV+; tre fittoni, due chiodi.
4° tiro: salire a destra della sosta, seguendo un diedrino ed uscendo poco dopo lungo lo spigolo alla sua sinistra. Attraversare ora verso sinistra lungo una cengia esposta (poco protetta, ma non difficile) fino alla sosta alla base di un evidente diedro. 40m, V; tre fittoni, due chiodi.
5° tiro: salire il diedro sopra la sosta, dapprima lievemente aggettante e poi più verticale, fino alla sosta. 40m, 6b+; sei fittoni, cinque chiodi. La difficoltà è in un paio di passi (con appoggi per i piedi ovviamente lisciati dalle ripetizioni), ma tutto il (bel) tiro richiede buona continuità.
6° tiro: a sinistra della sosta per poi rientrare un poco verso destra e salire dritto per rocce erbose fino alla cengia. 40m, IV, V, IV; tre fittoni, tre chiodi.
Discesa: dalla sosta traversare verso destra seguendo una traccia che scende lievemente lungo detriti (ometti) e doppia lo spigolo, portando alla sosta di calata. Con quattro calate si torna al punto di partenza. In alternativa, ci si può calare lungo la via sfruttando una sosta attrezzata lungo la verticale della quarta sosta.

sabato 19 novembre 2016

Montepulciano d'Abruzzo DOC Riparosso 2014 Illuminati

Chiacchieravo recentemente di vino, meglio: di Montepulciano, con un'amica, e non potevo non notare come il produttore che viene regolarmente menzionato è Masciarelli. A scanso di equivoci, dico subito che Masciarelli è per me di ottima qualità, ma lamentavo il fatto che tanti altri buoni produttori sembrano godere di fama assai inferiore. È quindi con molto piacere che ho pescato questa bottiglia, in un negozio della grande distribuzione e ad un prezzo veramente da "vino quotidiano", e me la sono goduta fino all'ultima goccia. A dimostrazione di come in Abruzzo ci siano diversi nomi da ricordare.
Il Riparosso nasce da uve Montepulciano al 100%, con macerazione in acciaio ed affinamento in grandi botti (sei mesi) ed in bottiglia (due-tre mesi). Vino ancora giovane, si presenta con un bel colore rubino ed aromi di frutti rossi e note di tabacco, terrose e speziate in bell'evidenza.
Il gusto è pieno e corposo, con tannini morbidi e una buona persistenza, e chiude con un finale amarognolo. Si beve che è un piacere.
La bottiglia reca in evidenza il bollino dell'oscar regionale del Gambero rosso. Nonostante i gusti di questo noto e simpatico... "crostaceo" non mi trovino sempre d'accordo, devo dire che la scelta del Riparosso è da condividere senza se e senza ma.

mercoledì 16 novembre 2016

Zuleika Dobson

di Max Beerbohm
Bompiani, Milano, 1968

Neanche per un istante mise in dubbio la decisione di morire oggi. Dal momento che non era immortale, come aveva sempre creduto, tanto valeva spegnersi adesso che tra cinquant'anni. Anzi era meglio. Una morte prematura, come la chiama la gente, era la più tempestiva di tutte le morti per un uomo che aveva dedicato alla grandezze la propria gioventù. Quale perfezione in più avrebbe potuto raggiungere? Gli anni futuri l'avrebbero soltanto appassita, se non addirittura deturpata. Sì, era una fortuna perire lasciando molte cose all'immaginazione dei posteri. Quei cari posteri avevano una mentalità sentimentale, non realistica.
Urge un'avvertenza: per discutere di questo libro si deve necessariamente rivelarne la trama, peraltro assai flebile e che si disvela  per la maggior parte a pag. 86 su 297. Se quindi siete tra gli sparuti lettori di questo post che legittimamente desiderano conquistare la sequenza degli accadimenti una pagina dopo l'altra, leggete il libro saltando l'introduzione e tornate a tempo debito.
Zuleika, anche se a rigore, non era bella, è una vera femme fatale, che fa innamorare perdutamente di sé qualunque giovane incontri. Tuttavia, non poteva amare chi cadesse prono ai suoi piedi. E ai suoi piedi tutti i giovani cadevano proni. Senza doti né interessi particolari, con una biblioteca composta da due libri di orari ferroviari, gira il mondo facendo la prestigiatrice di quart'ordine, con fama e successo assicurati dal suo fascino. Ad Oxford a trovare il nonno rettore del Judas College (in realtà il Merton College, dove Beerbohm studiò senza laurearsi) incontra il Duca di Dorset (titolo reale, ma estinto dal 1843). La loro relazione è quel discutibile amore a Oxford che costituisce il sottotitolo del romanzo.
Il Duca è descritto, non senza l'ironia che fa da controcanto a tutti gli eventi, come il perfetto dandy: ricchissimo, bellissimo, eccellente in tutte le discipline, corteggiatissimo quasi quanto Zuleika, ma che non aveva mai provato il desiderio di amare perché troppo preoccupato della propria perfezione per ammettere di poter ammirare qualcun altro. Ovviamente, anche lui si innamora di Zuleika a prima vista, ma il fatto lo contraria: non poteva permetterle di diluire l'essenza della sua anima. Non doveva sacrificare il proprio dandismo ad una passione (Wilde e Byron non sarebbero stati d'accordo con questa dicotomia, ma non importa). Si sforza quindi di ignorare Zuleika, che per contrasto se ne innamora. Il giorno dopo il Duca ha superato il proprio travaglio e rivela alla fanciulla il suo amore, ma questo determina la fine dell'amore di Zuleika per lui: lei disdegna chiunque la ami. Infarcito di cultura e miti classici, il Duca decide quindi di morire per amore di lei.
Zuleika, pur lusingata, si guarda bene dal fargli cambiare idea - anzi; ci tiene assai a che la promessa venga mantenuta -, e solo lo convince a rimandare il proposito di ventiquattr'ore, la cui descrizione costituisce il resto del libro. L'aspetto un po' comico della vicenda è arricchito dal fatto che tutti gli altri studenti di Oxford, ovviamente innamorati di Zuleika e che guardano al Duca come ad un modello ideale, decidono di seguirlo, determinando un suicidio di massa per annegamento.
Che la trama sia poco da prendere sul serio lo si capisce subito: statue di marmo di imperatori romani che simpatizzano con il destino di Oxford, dei greci che governano i mortali, fantasmi svolazzanti di qua e di là, anelli che tradiscono i sentimenti dei loro proprietari, punto di vista della narrazione che si interrompe di colpo per esporre considerazioni del narratore stesso, che si dice mandato da Clio (musa della Storia) a raccontare la vicenda "reale" ed in grado di leggere i pensieri dei protagonisti, e così via. Ma allora, cosa rappresenta questo racconto apparentemente così senza senso?
Intanto, è una rivisitazione nostalgica della vita universitaria oxfordiana, con un aspetto farsesco della narrazione che aveva già notato E. M. Forster: tutto il comportamento del Duca e della società oxfordiana è improntato ad un'affettuosa ironia (molto "inglese") che sdrammatizza il comportamento del dandy, qual era lo stesso Beerbohm. Anche Zuleika non ne è del tutto esente, ma in modo diverso: il suo non voler/poter amare chi la ama la trasforma in marionetta, cui l'autore (un po' misogino) assegna tratti decisamente antipatici salvo poi ammetterlo con il lettore ed ammonirlo alla comprensione (Cap. XXIII).
Un altro aspetto del libro legato agli studi universitari è dato dagli espliciti riferimenti ai "classici", a partire dai miti greci: così l'azione del Duca che, umiliato da Zuleika nella sua ultima sera, torna padrone di sé stesso e decide di non sacrificare la vita per quella donna dalla risata di iena è frustrata dall'apparizione del presagio di morte mandato dagli dei, che gli ricordano il suo destino come in una tragedia greca. E l'ironia si insinua attraverso il riferimento al Don Chisciotte, sotto forma di un richiamo alla pastorella Marcella, cui Zuleika è paragonata nel Cap. II, dove non manca un posticino per la Margherita del Faust. Un esplicito giudizio non troppo lusinghiero sul contemporaneo Sargent (Cap. XVIII), l'immancabile Shakespeare e chissà quanti altri completano il quadro. E che dire del nome stesso, Zuleika, nome della moglie di Putifarre secondo una leggenda medievale, che significa brillante bellezza?
Certo, a volte la narrazione non funziona perfettamente: il Duca con la sua cultura classica non può che morire stoicamente per volere degli dei, e da qui il mutamento del suo amore per Zuleika in odio e l'intenzione di recedere dal suo proposito, come detto sopra. A questo punto, però, Zuleika si innamora di nuovo di lui, che non l'ama più. Ma questa soluzione sarebbe troppo romantica: il Duca deve morire nell'indifferenza di lei. Beerbohm si inventa quindi un dialogo (Cap. XVI) che fa acqua da tutte le parti, al termine del quale ogni traccia di amore è scomparsa ed il Duca può morire per mantenere fede alla parola data!
In realtà, di tutto questo conclamato amore v'è ben poco: il Duca e Zuleika sono molto più interessati a sé stessi che all'altro/a e, a ben vedere, anche Katie, che dovrebbe rappresentare una specie di anti-Zuleika, non perde troppo tempo a lasciare il ricordo del Duca per innamorarsi di Noaks, l'unico studente che non ha il coraggio di annegarsi. Di Noaks si innamora anche Zuleika, che prende l'ennesima cantonata ritenendosi rifiutata da chi non è morto per lei (!!), ma Noaks - come tutti i dandy di questo libro - è assolutamente impedito con le donne e alla fine troverà il coraggio di seguire il destino dei suoi compagni. E su questo destino faccio l'ultima chiosa: il Duca, "vittima" di Zuleika, è assai contrariato che la sua decisione di suicidarsi sia seguita da tutti gli altri studenti, vittime del suo esempio; sia perché si sente responsabile di questa loro scelta, sia perché questo gli leva l'esclusiva del gesto: il dandismo e l'eccezione sono diventati impossibili nella folla, sono massificati. L'ironia di Beerbohm non lascia scampo neanche al Duca.

sabato 5 novembre 2016

Bergamo-Milano Lambrate: ritardi settembre-ottobre 2016 (2608/10809)

Distr. cumulative dei ritardi per i treni 2608 e 10809 nel bimestre
settembre-ottobre 2015 e 2016.
Come sopra, ma per il periodo gennaio-ottobre 2015 e 2016.
Andamento mensile dei ritardi per il treno 2608.
Come sopra, ma per il 10809.
Va bene, è ufficiale: basta miglioramenti, si torna indietro. Niente di particolarmente drammatico per il momento, ma non è un bel segnale... anche perché stiamo parlando di un servizio discretamente penoso. I ritardi del 2608 peggiorano rispetto al bimestre del 2015, come si vede nel confronto tra la curva blu e l'azzurra. In particolare, la percentuale di treni entro i 5' di ritardo scende dall'86 al 68%, mentre per fortuna il ritardo massimo resta entro i 10'. Il dato sui ritardi entro i 5' è solo parzialmente compensato dall'aumento dal 71 al 76% dell'analoga percentuale per il 10809, che però ci ha regalato una giornata con ben 98 (novantotto!) minuti di ritardo (completamente fuori scala nel grafico).
Se guardiamo i ritardi complessivi da inizio anno, vale il commento dell'ultima volta: lieve miglioramento per il 2608 e molto più marcato per il 10809, che nel 2015 era veramente indegno.

L'andamento mensile dei ritardi conferma che Trenord è del tutto incapace di migliorare questi numeri: peggioramento di tutti gli indicatori rispetto alla primavera, ritardo al 90% che resta pacificamente sopra i 5'. Nel 10809 è chiaro che il "gradino" che si vede nella media a partire da maggio non è riassorbito e che ci siamo assestati sulla condizione corrente, fatto ancor più fastidioso se si guarda ai ritardi del peggior 10% dei treni (curva verde). Tra l'altro, la mediana (curva arancio) del 10809 non ha grosse variazioni mensili ed è sempre a ridosso dello zero, il che vuol dire che la metà dei treni circa arriva sempre puntuale (o in leggero anticipo), mentre è l'altra metà, quella che accumula ritardo, ad averne accumulato di più negli ultimi mesi. Traducendo: quando le cose vanno bene, non c'è problema; quando si presenta un inconveniente, buonanotte.

E pensare che poi ci sono anche quelli che dicono che Trenord è un'eccellenza lombarda!

lunedì 3 ottobre 2016

Spigolo Sud-Est

Edo sul 1° tiro.
Edo sul 2° tiro.
Edo sul 3° tiro.
Ilaria sul 4° tiro.
Sul 7° tiro.
Ilaria sull'8° tiro.
Sul 9° tiro.
Vetta!
Tracciato della via.
Punta della Rossa
Parete S


Il secondo giorno in Ossola si colora di "classico", con l'aggiunta della quasi-local Ilaria alla cordata. La meta è la salita più nota della valle, quella che "non può mancare". Nonostante si tratti di una salita priva di vere difficoltà, l'avvicinamento e la discesa non proprio immediati la rendono interessante e regalano una bella soddisfazione. Salita da consigliare, con l'avvertenza che è piuttosto frequentata: evitate i weekend se possibile, o partite assai presto da Devero.
Accesso: si raggiunge Domodossola tramite la A26, si esce dalla superstrada seguendo per Crodo e si continua verso Croveo, seguendo le indicazioni per Devero. Si continua (parcheggio a pagamento) fino al termine della strada, in corrispondenza dell'Alpe Devero, con la Rossa bene in evidenza in cima alla vallata. Si segue il sentiero principale con le indicazioni per il Passo della Rossa, giungendo ai Piani della Rossa in circa un'oretta. Qui, in corrispondenza di un grosso masso, si lascia a destra il sentiero e si segue una traccia (ometti) che sale dapprima verso sinistra, attraversando la conoide di sfasciumi, per poi risalirla. Puntare al culmine della zona detritica quando gli ometti spariscono e, giuntivi, attraversare verso destra sotto una fascia rocciosa, seguendo alcune cenge fino a doppiare lo spigolo. Qui sale una traccia che porta ad un colletto con un grosso ometto (a cui si giunge anche continuando lungo il sentiero principale ai Piani, per poi deviare a sinistra più in alto) e, proseguendo lungo lo spigolo, all'attacco della via. Scritta su masso, fix con moschettone e targa in memoriam. Poco più di due orette.
Relazione: via senza particolari difficoltà che risale la parete S in prossimità dello spigolo. Le soste sono sicure, ma sui tiri c'è poca roba e non è sempre facile integrare. Portare comunque friend piccoli e medi e fare un po' d'attenzione. La roccia è buona, con qualche punto da verificare.
1° tiro: salire le facili rocce a sinistra della partenza, poi spostarsi verso destra (passo un po' esposto) a salire dritti per una placchetta. 35m, III, IV+; un chiodo, un fix. Sosta su due chiodi (uno ballerino) e cordini.
2° tiro: salire a sinistra della sosta e piegare poi verso destra giungendo su un terrazzo di sfasciumi. La sosta è all'inizio del terrazzo, sulla destra. 40m, III+; un chiodo. Sosta su tre spit e cordoni con maglia-rapida.
3° tiro: attraversare il terrazzo puntando ad un largo canale, salirlo e superare il muro finale portandosi dapprima sulla destra per poi rientrare verso sinistra. 55m, III+, V (un passo). Sosta su due spit.
4° tiro: salire a sinistra a raggiungere una sosta con targa e proseguire sempre verso sinistra seguendo un diedro appoggiato. 45m, II, III+. Sosta su tre spit con cordini.
5° tiro: a destra della sosta a salire un breve saltino con diedro per proseguire su placchetta, piegando poi per cengia a destra fino alla sosta. 50m, V-, III+. Sosta su due spit.
6° tiro: tornare appena a sinistra a vincere una paretina che immette nel diedro inclinato che si segue fino ad uscire sulla sinistra. 25m, IV; quattro chiodi, uno spit. Sosta su due spit e cordone.
7° tiro: risalire la grossa lama staccata fino al culmine, portarsi sulla parete di destra e proseguire in traverso a destra per salire una paretina. 30m, III+, IV; due chiodi. Sosta su due spit.
8° tiro: in obliquo a sinistra per facili rocce fino alla cengia. 40m, II. Sosta su due spit.
9° tiro: per facili rocce sopra la sosta, spostandosi poi a destra a raggiungere la base del camino finale. Come al solito, io sono invece salito per la parete verticale puntando vagamente ad una linea a spit e, giuntone nei pressi, ho attraversato verso destra per fermarmi in una nicchia del suddetto camino, appena sotto l'uscita. 30m, IV; un chiodo. Sosta da allestire su masso. Se le corde fanno meno attrito che a me, potete uscire direttamente.
10° tiro: uscire dal camino e superare il muretto finale. 15m, IV, IV+; un chiodo. Sosta su due spit.
Si prosegue poi per facili rocce per circa un centinaio di metri fino a giungere alla vetta.
Discesa: piuttosto lunga e da evitare in caso di nebbia (dove conviene usare le soste poco a sinistra dell'uscita del camino per calarsi in corda doppia; se raggiungete la vetta, dovrebbero esserci altre soste di calata sulla destra), ma ben segnalata da numerosi ometti (a volte troppi, col risultato di confondere la via). Si segue la cresta per abbassarsi poi verso sinistra seguendo gli ometti; ci si sposta a destra per scendere su roccette (attenzione ad un ometto che porta troppo a sinistra); si supera un primo facile saltino e si arriva ad un terrazzo dove si scende per un paio di brevi muretti (II+/III) o ci si cala in corda doppia. Poco sotto compaiono tracce di sentiero che permettono di scendere per il canalone e contornare tutta la parete S della Rossa fino ai Piani, poco prima del bivio raggiunto all'andata. Da qui a Devero. In tutto 2h-2h:30'.

domenica 18 settembre 2016

Specchio delle mie brame + Freedom

Sul 1° tiro dello Specchio.
Edo sul 2° tiro.
Sul 3° tiro.
Edo sul 4° tiro.
Sul 4° tiro.
Edo sul 1° tiro di Freedom.
Edo sul 2° tiro.
Tracciati delle vie. Azzurro = Specchio delle mie brame,
arancio = Freedom, rosso = Fenomenologia dello spirito.


Pinnacle - Agaro
Parete S


Agaro, un anno dopo. Nel 2015 avevo salito la bellissima Fenomenologia dello spirito, ma ora l'allenamento è sotto le scarpe ed è saggio andare ad esplorare le vie più tranquille della parete, lasciarsi trasportare sulle magnifiche placche in puro stile plaisir mentre si accarezza l'inusuale roccia nerastra. Ci sarà tempo per tornare a corteggiare le altre vie più severe...
Accesso: si raggiunge Domodossola tramite la A26, si esce dalla superstrada seguendo per Crodo e si continua verso Croveo (indicazioni Devero). Si prosegue sulla strada raggiungendo la frazione Goglio, si attraversa il torrente e si curva a destra al bivio successivo (indicazione Ausone-Agaro). Si segue la strada (sterrata nel tratto finale, dopo la frazione di Ausone)  fino all'imbocco della galleria di servizio della diga ove ci sono pochi (5-6) posti-auto e si percorre la fresca galleria (1,5 km; interruttore della luce all'inizio) trovandosi al cospetto della diga. È possibile anche attraversare la galleria in auto senza problemi, a meno che non abbiate un SUV, e parcheggiare subito dopo (10-15 posti-auto). Si sale alla diga e si costeggia il lago puntando alle evidenti pareti nerastre. All'altezza di uno scarico d'acqua si sale verso sinistra fino ad un ometto, ove si prende ancora a sinistra a raggiungere la base della parete. Ci si sposta quindi verso destra fino ai fix di Buon compleanno e di Freedom (scritte alla base). Si continua fino a scendere per poche decine di metri all'attacco di Specchio delle mie brame (scritta specchio... alla base). Se percorrete entrambe le vie, consiglio di "scaldarvi" su Specchio e poi passare a Freedom, un poco più impegnativa.
Relazione (Specchio delle mie brame): la via più facile della parete, e quindi la più frequentata, regala una bellissima salita su roccia nerastra (micascisti? Calcescisti?) con tacche e buchi che premiano il movimento, mai sul verticale a parte qualche breve muretto e senza richiedere sforzo fisico. Chiodatura ottima a fix, solo lievemente allungata nei tratti meno difficili (e sul 5° tiro, nei tratti dove si "cammina"). Portare solo rinvii. Soste su due fix con catena (un anello aperto!) ed anello di calata.
Le relazioni "ufficiali" mi paiono un po' generose per quanto riguarda i gradi; ho un po' ritoccato qua e là...
1° tiro: salire la placca con qualche tratto verticale, spostandosi lievemente a sinistra per poi rientrare alla sosta. 35m, un paio di passi di 6a; undici fix.
2° tiro: proseguire a destra della sosta lungo la placca. 30m, 5b; dieci fix.
3° tiro: ancora dritto per placca, poi breve saltino fessurato (non stare troppo a sinistra) e sosta. 40m, 5b; dodici fix.
4° tiro: salire tenendo la destra fino alla sosta. 40m, 5a; dieci fix. Molto bello e divertente.
5° tiro: salire pochi metri, proseguire quasi in piano e superare un facile muretto. 25m, 4c; tre fix.
6° tiro: per placche ad un risalto che porta alla sosta finale. 25m, 4c; sette fix.
Discesa: in corda doppia sulla via. Se usate due mezze corde da 60m potete risparmiare due calate saltando la quinta e la prima sosta.
Relazione (Freedom): via dal carattere analogo alla precedente, solo con difficoltà lievemente maggiori. Molto bella e consigliabile anche questa.
1° tiro: salire la placca, spostarsi verso sinistra e salire tenendo un poco a destra con un paio di passi delicati ottimamente protetti. 30m, 6a/6a+; dodici fix.
2° tiro: a destra della sosta a salire un breve diedro a destra di un altro diedro erboso, per proseguire poi su placca e diedrino fino a rocce lavorate sotto il tetto, dove si attraversa a sinistra alla sosta. 30m, 6a/6a+; tredici fix (uno con cordino).
3° tiro: passo iniziale non banalissimo per salire ad un appoggio, poi più facile per muretto e placca. Attenzione ad un paio di scaglie dall'aspetto decisamente poso affidabile. 30m, 6a (forse 6a+ il passo iniziale); otto fix.
4° tiro: a destra della sosta a risalire per facili rocce un vago diedro fino al terrazzo dove si trova la sosta. 35m, 3c; sei fix.
5° tiro: salire ancora verso destra su facile placca. 35m, 4c; sei fix. Noi abbiamo unito 4° e 5° tiro facendo qualche passo in conserva, vista la difficoltà e la buona chiodatura; non so se consigliarlo...
6° tiro: salire il divertente muretto ed uscire per un breve strapiombo su buone prese. 35m, 5b; undici fix.
Discesa: in doppia sulla via. Se usate due mezze corde da 60m potete cavarvela con tre calate. In questo caso, rinviate la seconda calata per evitare di scivolare e finire sotto il tetto, con conseguente risalita su corda (e fate i nodi alla fine delle corde; la calata è da 60m!). Eventualmente ci si può fermare alla sosta di Buon compleanno che è qualche metro sopra e a sinistra (faccia a monte).